foto via @franzmaltoni

Il panel discussion che si è tenuto oggi alle 10.30 in sala Raffaello all’Hotel Brufani, organizzato dalla Online News Association, ha visto cinque dei suoi esponenti italiani e internazionali discutere i punti più importanti sui risvolti etici del raccogliere informazioni sui social.

A moderare Marina Petrillo, direttore di Radio Popolare, membro italiano dell’associazione insieme a Barbara Sgarzi, giornalista e esperta di social media. Insieme a Fergus Bell, social media editor dell’Associated Press, a Steve Buttry editor di Digital First Media e a Claire Wardle del Tow Center for Digital Journalism hanno discusso delle criticità che insorgono nel gestire gli user generated content (da qui in poi UGC), ovvero i contenuti creati dagli utenti e dai lettori, da parte dei giornalisti, aprendosi anche al contributo del pubblico presente.

In apertura sono stati resi noti i 5 punti alla base di questo confronto, così proposti in un’iniziativa elaborata dalla ONA, dal nome “Social newsgathering: charting an ethical course”:

  1. Verifica e accuratezza
  2. Sicurezza dei collaboratori
  3. Problemi legali e di autorialità
  4. Benessere dei social-journalist
  5. Flusso di lavoro e risorse

Fergus Bell, che coordina questa iniziativa dall’ottobre 2013, presenta i lavori esponendo il prezioso contributo apportato dagli UGC: racconta di come durante l’uragano Sandy sia stato diffuso tantissimo materiale proveniente da persone comuni che hanno postato sui social network video e immagini poi utilizzate da molte redazioni e pubblicate. La velocità di diffusione delle tecnologie è talmente elevata che non è più una crescita organica, quanto del tutto incontrollabile.

Il punto 3, sottolineato, è probabilmente più controverso degli altri, perché, sceondo l’opinione di Steve Buttry, i confini nella suddivisione tra legale e etico tendono a sovrapporsi. I giornalisti hanno nelle proprie mani del materiale che non va trattato con leggerezza, perché le ripercussioni in merito alla pubblicazione di alcuni materiali sono imprevedibili a causa dei diversi sistemi legali quando gli utenti provengono da Paesi diversi. Come specifica Petrillo, le piattaforme su cui vengono pubblicati i materiali sono internazionali e quindi esistono delle lacune legislative: la sorveglianza sfrutta le differenze in questo senso all’interno di quello che Petrillo definisce “Paese Twitter”.

Spesso le controversie sorgono da una negligenza degli utenti stessi, che sono poco consapevoli del contratto legale proposto quando si iscrivono ai social network: accade che le condizioni iniziali vengano sottoscritte senza nemmeno aver letto il documento, e il peggio è che accade anche a gran parte dei giornalisti.

La regolamentazione, in questo ambito, è di essenziale importanza: come la redazione de La Stampa ha reso pubblico il documento con la propria politicy in merito all’uso dei social, ma in Italia questo aspetto è di gran lunga carente. Abbiamo bisogno di regole e in questo ambito non esistono più “custodi” dei diritti dell’utente.

Ormai, con l’avvento del citizen journalism, l’utente è come un giornalista e assume un sempre più importanza, soprattutto perché si inserisce nel contesto di una community sempre più numerosa, e i giornalisti devono prestare molta attenzione a questo fattore, come afferma Claire Wardle. Da una ricerca effettuata risulta che molte redazioni di news TV, solo il 16% cita la fonte da cui sono prese le immagini. L’altra importante questione riguardo gli UGC è riconoscerla in quanto fonte accreditata. È necessario citare sempre l’autore, questa azione detta labeling è un diritto e rispettarlo dimostra anche maggiore trasparenza con il pubblico. Nel 72% dei contenuti digitali (che siano notizie, foto personali etc.) non è presente la descrizione della provenienza. Ed è sempre più difficile verificarla: i giornalisti hanno bisogno di essere aiutati nell’attribuzione della paternità di un contenuto. Bell sostiene che gli utenti non vanno considerati come avversari e molti di loro hanno un sincero desiderio di collaborare al processo di newsmaking.

Petrillo incalza: non bisogna assumere una posizione combattiva nei loro confronti ed è un dovere dei giornalisti fare crediting, avviando una collaborazione tra pari. La giornalista afferma infatti che utilizzare indiscriminatamente un contenuto equivale a “trovare un portafoglio per strada senza carta d’identità e appropriarsene”. Sono gli utenti stessi a chiederlo: non importa che il contenuto gli venga pagato quanto di venir citati. Si sente quindi il bisogno di fissare politiche il più trasparenti possibili o di organi appositi per tutelare gli utenti. Per Buttry è una comunità apposita per la comunicazione a rendersi necessaria, perché la mancanza di rispetto verso il lettore rischia di danneggiare il rapporto con esso e la relativa credibilità. Non si tratta solo di cortesia: l’approccio etico verso l’utente è nella natura del giornalista, che ha obbligo di accuratezza e trasparenza.

Altra questione delicata costituisce la tutela dell’anonimato dell’utente: come accadeva un tempo per le fonti anonime, è possibile riportare ciò che è utile al giornalista senza riportarne il nome, solo dopo aver verificato i motivi della richiesta di mantenersi anonimo. Coi social però è molto più facile identificare un utente, ma in questo caso esiste differenza tra fonte anonima e riservata.

Un elemento che penalizza l’accuratezza è sicuramente il fattore tempo e il desiderio di arrivare primi per la breaking news: Sgarzi afferma che mantenere gli utenti informati è sicuramente un modo per mantenere eticità, ma che è necessario non correre troppo e controllare con tutti i propri mezzi. Per Wardle è necessario mantere un dialogo aperto con i lettori ed è dovere di una testata educarli a utilizzare gli strumenti digitali a disposizione in modo corretto.

Le questioni in merito al rapporto con i lettori/utenti appartengono per certi versi a un atteggiamento di chiarezza insito da tempo nel mestiere di giornalista, ma va di pari passo con i cambiamenti in atto nel mondo digitale. Proprio perché talvolta lo scenario ricorda quello di un “wild west”, si sente sempre più la necessità di un manifesto etico per il giornalismo digitale.

Veronica Tosetti