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Quando si pensa al giornalismo investigativo viene in mente l’immagine tradizionale del reporter che scartabella documenti alla ricerca di informazioni per trovare uno scoop. Con il Data Journalism tutto è cambiato: grazie ai computer i giornalisti possono lavorare su notevoli quantità di informazioni, analizzare sterminati database e scoprire sempre di più.

Ma che fine fanno i reporter investigativi in questo nuovo ambiente? Anche loro possono trovare una nuova età dell’oro, come ha spiegato un incontro del Festival Internazionale del Giornalismo. Alla discussione hanno preso parte Megan Lucero, giovane digital editor del Times, Abigail Fielding-Smith e Crofton Black, giornalisti del Bureau Investigative Journalism. A moderare l’incontro Alessandro Accorsi e Emanuele Midolo, studenti di Investigative Journalism della City University di Londra.

“In questi giorni sentiamo parlare di Panama Papers” – spiega Megan Lucero – “d’ora in poi il giornalismo sarà sempre così: mentre parliamo un’infinità di dati viene scritta nei computer, dati che saranno estratti, manipolati e comporranno nuove storie, nuovi articoli”. La digital editor del Times prosegue spiegando che il Data Journalism non ha inventato nulla: analizzare dati complessi e creare visualizzazioni per semplificarli è tra i compiti dei giornali da sempre. Tuttavia la testata inglese ha deciso di iniziare a lavorare sui dati in maniera organica creando un computational investigative team, di cui fanno parte Sefano Ceccon, Tom Willis e Kerrie Kehoe. “Non vogliamo che i dati siano parte della storia, vogliamo che i dati siano la storia” – spiega la Lucero riferendosi al lavoro del team di cui è membro – “ci occupiamo di big data, modelling e matching, mettiamo insieme i differenti aspetti dei dati”.

Durante il panel sono passati in rassegna alcuni lavori svolti dal gruppo del Times: articoli su abusi nel mondo della salute, scandali su pagamenti eccessivi dei capi di organizzazioni non-profit e nello sport e i Fifa files, che hanno svelato la corruzione all’interno della Fifa. Storie che contribuiscono a spiegare come il Data Journalism sia “una tecnica per rendere il giornalismo più veloce e capace di scavare in profondità”.

Dopo la giornalista inglese, prendono la parola Abigail Fielding-Smith e Crofton Black. I due giornalisti raccontano l’inchiesta sui contractors, enti privati che hanno stretto accordi con l’esercito americano per la creazione di droni da utilizzare in guerra. In questo caso, la scelta di lavorare con i dati si è rivelata utile secondo molti punti di vista: l’inchiesta è nata grazie a un lungo processo di analisi dei pagamenti che il governo americano aveva fatto a queste aziende e la creazione di dati autonomi ha permesso di bypassare le richieste di informazioni al Pentagono, restio a dare risposta vista la natura militare e secretata delle questioni riguardanti i droni. Nonostante la ricerca alla base dell’articolo sia stata computerizzata, “la storia proviene dal pensiero del giornalista”, spiega Black, che aggiunge come l’elemento soggettivo abbia aiutato la formazione del lavoro. Essere capace di interpretare le sigle militari, parlare con le aziende, cercare ex-dipendenti e seguire i procedimenti legali connessi alla vicenda sono i momenti del lavoro che hanno contribuito ad approfondire l’inchiesta. Ma “i dati possono essere anche un problema”, affermano Crofton e Fielding-Smith. Il giornalista che deve analizzare una ingente quantità di numeri può incorrere nel rischio di perdersi in indagini dispersive.

Alla fine del panel sembra proprio che il giornalismo investigativo non sia sulla via del tramonto ma abbia trovato una nuova serie di tecniche e abilità che lo renderanno sempre più longevo. Anzi sembra che l’ampia varietà di strumenti offerti ai reporter di ogni età permetterà di lavorare ancora di più e su ancora più elementi per le inchieste di domani.