Un’informazione credibile è il sistema immunitario della democrazia e il modo per raggiungerla è mettere fine alle fake news.

Craig Newmark, americano pioniere del web e filantropo, supporta finanziariamente e si fa portavoce da più di vent’anni ormai del giornalismo di qualità soprattutto in termini di affidabilità, e ne ha parlato venerdì 7 aprile al pubblico della Sala dei Notari in occasione del Festival del giornalismo.

Moderato dal direttore di Repubblica Mario Calabresi, Newmark ha sviscerato il problema e formulato proposte su come riconquistare la fiducia dei cittadini in un momento storico in cui il giornalismo è sottoposto ad una forte critica e diffidenza che ne sta minando la credibilità.

“Negli ultimi 20 anni ho notato che spesso i politici in America dicevano cose non vere ed erano addirittura incoraggiati dalle emittenti televisive a farlo senza che poi nessuno lo considerasse inaccettabile. Ma specialmente io che sono un nerd e mi piace esser molto preciso, mi sono preoccupato di fare qualcosa”, dice Newmark.

Così Newmark ha deciso di fondare 22 anni fa Craiglist il più grande portale che ospita annunci dedicati al lavoro, eventi, acquisti, incontri e vari servizi e che ha cambiato i giornali tradizionali, sostituendo soprattutto in America i classified advertising, una tipologia di annunci di piccole dimensioni associati ad una forma di pubblicità originariamente propria della carta stampata e riguardante la compravendita di prodotti di seconda mano e l’offerta di servizi.

Questo è stato solo il primo di grossi progetti che lui, animato dalla voglia di restituire ai lettori un giornalismo di qualità su cui poter fare cieco affidamento e avere la garanzia di esser informati su quello che veramente accade nel mondo, ha promosso e finanziato.

“Io sono prima di tutto un fruitore di notizie e volevo che queste fossero prodotte in buona fede, ma ancora non riuscivo a capire le dinamiche e le problematiche alla base, e soprattutto perché la gente non se ne interessasse”, continua Newmark.

La conoscenza e lo studio teorico sono per Newmark importanti tanto quanto la pratica, ed è sulla base di questo che nasce il suo secondo grosso finanziamento: una cattedra universitaria in etica del giornalismo presso il Poynter Institute a St. Petersburg, in Florida.

“L’etica per me fa riferimento ad un codice comportamentale i cui principi sono attendibilità e credibilità”, ed effettivamente Newmark cerca fedelmente di rispettarli, tanto che sembra ne abbia fatto il filo conduttore della sua carriera, come anche del panel stesso.

Il fact-checking si inserisce in questo percorso, perché prima di tutto è importante insegnare che il controllo sistematico e accurato delle notizie pubblicate è fondamentale, e di conseguenza è altrettanto cruciale metterlo in pratica nel migliore dei modi.

Perché, se anche un giornalista agisce in buona fede, è comunque necessario che ci sia qualcun altro che controlli il suo operato.

“Non esiste naturalmente un arbitro della verità, ma il sistema di fiducia deve esser verificato e deve esserci un’organizzazione che lo faccia. Al Poynter Institute ad esempio sono previsti corsi di training dove si insegna a fare fact-checking e si propongono modelli sempre in aggiornamento”.

Ed eccoci che si arriva all’immediato presente con la domanda di Calabresi: “Qual è lo stato del giornalismo USA oggi?”

“Le elezioni recenti sono un evento negativo con un aspetto positivo: il giornalismo ci ha detto che cosa stava realmente succedendo, e  i giornalisti stanno lavorando sempre meglio per dare forza e potere a quelle organizzazioni che vogliono agire nel bene. Negli anni ho incontrato persone che fanno il loro lavoro in maniera accurata e precisa senza alcun tipo di influenza del potere”, risponde Newmark.

In un momento buio e difficile nella sfera politica mondiale, il giornalismo può aiutare a far luce e informare, e può farlo al massimo delle sue capacità appoggiandosi al fact-checking.

Le piattaforme digitali potrebbero collaborare in tal senso, ad esempio facendo una distinzione al loro interno di contenuti che sono stati sottoposti a fact-checking e non, dando in aggiunta la possibilità agli utenti di scegliere fra le due categorie.

Anche le reti pubblicitarie dovrebbero secondo Newmark adottare lo stesso codice deontologico, perché “in uno stato democratico bisogna prendere delle decisioni importanti, e possiamo farlo solo instaurando un rapporto di fiducia con le informazioni con cui veniamo a contatto”.

Il “TrustProject” è il terzo nella lista delle iniziative a cui Newmark si è dedicato: si tratta di un centro che sostiene lo sviluppo di una società sempre più etica, che aiuta i giornali a migliorare la loro offerta aumentando la loro credibilità, dotandosi di una trasparenza verificabile e certificata che soddisfi le richieste e i bisogni degli utenti.

“Stiamo lavorando alla elaborazione di una serie di sistemi di verifica attraverso cui poi il meccanismo di ricerca Google riconosca e distingua articoli di qualità e non. Ad esempio si potrebbero inserire per ogni articolo una serie di metadati da aggiungere al pezzo e che l’algoritmo possa riconoscere: chi è giornalista autore dell’articolo, la sua autobiografia, il suo recapito”.

News Integrity Initiative” è un progetto lanciato questa settimana di cui anche Newmark è sostenitore con un fondo di 14 milioni di dollari e avrà il compito di fornire nuovi strumenti per identificare ed eliminare le fake news in tutte le loro forme.

Newmark ne ha parlato nel suo blog e anche al pubblico in sala: “è innovativo perché fornisce degli strumenti per rendere più semplice e accessibile il fact-checking, perché si tratta di un’operazione costosa, difficile, e che richiede molto tempo e risorse. Stiamo collaborando insieme e anche con le reti pubblicitarie per promuovere giornalismo e sostenere il giornalismo affidabile.”

Ma anche quando il giornalismo diventa affidabile, è comunque necessario che i cittadini ne vengano coinvolti e se ne interessino operando una scelta consapevole, dal momento che “la maggioranza preferisce credere ad un giornalismo che da sfogo alla propria pancia, alla propria rabbia”, osserva Calabresi.

“Io credo invece che la maggior parte del mondo le persone vogliano notizie in cui credere. Dobbiamo solo trattare il prossimo come vorremmo che il prossimo trattasse noi: è questo principio che possiamo e dobbiamo applicare, perché ci sono sempre molte più persone alimentate dalla verità più che dall’odio”.