Foto via @ilbertolucci

Si avvicinano le elezioni europee e leggere questo articolo vi potrà risultare utile per capire uno dei fenomeni più importanti degli ultimi anni: il fact checking. No, non si tratta di auto propaganda. Sono pronta ad andare alla gogna. Alt! Solo mediante fact checking. Quindi  dovrete arrivare alla fine dell’articolo per capire quale mozione attuare nei miei confronti. Presso la Sala del Dottorato, in questo Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia alle battute finali, si è svolto un incontro dal titolo “Tutti pazzi per il Fact Checking”.

Moderatore della conferenza: Bill Adair, docente presso la Duke University che ha lanciato nel 2007  il sito PolitiFact, diventato la più grande attività di fact-checking nella storia, con collaboratori in 10 stati. Nel 2013 ha lanciato PolitiFact Australia. “Il fact-checking è un movimento giornalistico relativamente nuovo. Ho cominciato a prendervi parte in seguito al senso di colpa provato durante l’amministrazione Bush”.

Le organizzazioni di fact-checking, pur avendo una matrice giornalistica, non si occupano di news. A oggi sono 63 i siti di fact-checking creati in tutto il mondo; all’appello manca solo l’Artico. In attesa che i pinguini si organizzino continuiamo con le statistiche: Europa e Stati Uniti hanno il numero più alto di siti di fact checking. Dal 2012 ad oggi si possono contare 27 nuovi nati nel panorama del controllo delle affermazioni dei candidati durante le campagne elettorali. Quello che si augurano i vari relatori della tavola rotonda è che il fact-checking riesca a valicare i confini delle campagne elettorali, senza terminare, come spesso accade, con l’ultimo giorno di elezioni. D’altronde i politici non smettono di mentire durante il periodo di governo.

Seguono a ruota Peter Cunliffe – Jones, direttore esecutivo di Africa Check, la prima organizzazione di fact-checking africana, creata a Johannesburg nel 2012. Cunliffe afferma che “L’ Africa non può vantare la medesima tradizione europea o statunitense.  Oltre il 50 per cento della popolazione africana non accede a Internet, per cui siamo costretti a diffondere il tutto anche via radio. Ora, con le elezioni in Sudafrica, abbiamo coperto argomenti diversi: genere, ambiguità nelle cure mediche, tasso di alcolismo. Lo scopo è quello di portare il nostro lavoro anche in Kenya, in Nigeria e infine in Senegal, attraverso la lingua francese”.

Il versante italiano è rappresentato da Pietro Curatolo e la sua creatura FactCheckEu, spinoff del più noto Pagella Politica, la cui fama si è consolidata a partire dalle elezioni italiane di un anno e mezzo fa. Il loro intento è quello di sottoporre le dichiarazione dei politici a un’accurata analisi, a cui seguono giudizi che vanno da ‘Vero’ a ‘C’eri quasi’ a ‘Ni’ a ‘Pinocchio Andante’ a ‘Panzana pazzesca’ (il cosiddetto veritometro).  FactCheck declina l’esperimento italiano in salsa europea, attraverso una piattaforma che conta sei lingue diverse. “Una sfida – dice Curatolo – ma anche un’opportunità. Le traduzioni costanti ci hanno permesso di non creare un sito intrappolato nella bolla europea, allargando lo sguardo al di là della comunità anglofona che vive a Bruxelles”.

Will Moy è direttore di Full Fact, organizzazione indipendente di fact-checking con sede in Gran Bretagna. Il lavoro di Full Fact è stato usato da politici del paese e da giornali come Daily Mail e Guardian. “La nostra piattaforma è finanziata per l’80% da organizzazioni che fanno beneficenza. Ci basiamo sulle dichiarazioni e non sulle persone. Abbiamo integrato il lavoro dei nostri collaboratori con il mondo accademico. Correggiamo le dichiarazioni false, e se necessario ci rivolgiamo ad autorità competenti. Lavoriamo con gli istituti statistici del Regno Unito per migliorare la comunicazione”.

Ma qual è l’intento di un sito di fact checking? La definizione dello scopo è pressoché univoca: non solo responsabilizzare i politici in merito alle proprie dichiarazioni ma aumentare, soprattutto, la sensibilizzazione sulla politica europea o internazionale. Il fine sarebbe quello di creare una sorta di demos responsabile e responsabilizzato.

Il fact checking è un lavoro complesso che richiede lunghe ricerche e una verifica continua delle fonti. Il sogno di un fact checking istantaneo rimarrà tale. Per quanto riguarda il finanziamento, tutti i siti di fact checking riescono a sopravvivere grazie a fonti di sostentamento provenienti da startup e organizzazioni no profit. L’europeo FactCheckEu, ad esempio, ha ottenuto un finanziamento da un giornale tedesco.

Data la mole di lavoro, il fact checking permette di avvalersi del crowdsourcing, una sorta di controllo dal basso: le dichiarazioni dei politici vengono sottoposte non solo a controllo degli analisti del sito ma anche di chiunque voglia offrire il suo contributo. Occorre registrarsi con un account, caricare la dichiarazione ‘mendace’ e rendere rintracciabile la fonte. “Alcuni utenti inviano delle analisi ben condotte ma la qualità non è sempre la migliore, spesso entrano in gioco le opinioni. Ma la speranza – conclude Curatolo – è che gli utenti prendano sempre più confidenza con quest’opportunità”.

Tutto chiaro? Non vi ho detto una  ‘Panzana Pazzesca’ e neanche un ‘Pinocchio Andante’. Vi giuro è tutto ‘Vero’.

Paola Di Giovanni