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Nella penultima giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia ha avuto luogo al Teatro della Sapienza un’interessante incontro dal titolo “Giornalismo politico, propaganda, conformismo e consenso”.

Protagonisti del dibattito Mauro Calise (professore all’Università di Napoli Federico II), Marco Damilano (vicedirettore L’Espresso), Jacopo Iacoboni (giornalista della Stampa), Wanda Marra (giornalista del Fatto Quotidiano) e Alessandra Sardoni (giornalista e conduttrice di Omnibus per LA7).

Mediatore dell’incontro è stato l’autorevole politologo Mauro Calise che, ponendo l’attenzione sul ruolo che oggi i giornalisti hanno come “professori di quella cultura della comunicazione” in cui tutti siamo immersi, si è rivolto agli altri ospiti per capire la verità o meno di tale assunto. Il professor Calise ha parlato del cosiddetto “Fattore M” (dove M sta per Magistratura e Media) per spiegare “la crescita all’interno del sistema politico italiano, e non solo, del ruolo dei media e della magistratura e del conseguente cortocircuito fra questi due poteri”. Fissato questo punto, la domanda che si è posto è stata: ” In che misura il giornalismo, e in particolare quello politico, si percepisce come un nuovo potere e che tipo di potere esercita?”

Marco Damilano non ha dubbi nel riconoscere l’importanza che ha avuto il giornalismo in Italia, teatro privilegiato della lotta politica della nel corso di tutta la II Repubblica, tanto nell’area di destra quanto in quella di sinistra. Lo stesso non si può dire oggi dove, in uno scenario che sembra avere molti punti di tangenza con la democrazia bloccata degli anni ’50, il giornalismo, pur avendo formalmente lo stesso potere, di fatto vive un momento di messa in discussione della sua autorevolezza. In uno panorama nel quale il potere politico sta riprendendo forza, quello a cui assistiamo è di fatto uno svuotamento di tutti gli altri poteri, compreso quello dell’informazione. Questo ha come conseguenza, prosegue Damilano, la delegittimazione del ruolo importante che il giornalista può e deve svolgere all’interno di una società democratica, finendo per incorrere nel rischio dell’ autocensura e del conformismo. Damilano denuncia il pericolo reale che stiamo correndo di creare il prototipo di quello che definisce il “giornalismo dimezzato”, voce o dell’area di governo o cassa di risonanza del partito di opposizione. “E un giornalista dimezzato”, continua “è prima di tutto un giornalista conformista e che come conseguenza consegna quel poco di potere che ha direttamente nelle mani di qualche padrone”.

Jacopo Iacoboni si interroga quindi sull’atteggiamento con il quale il giornalismo si pone e accoglie la nuova narrazione della politica, nella sua difficoltà a essere contraltare critico agli altri poteri. Tra le possibili cause di questa tendenza individua il venir meno di una coscienza di gruppo della categoria, sempre più sola nell’esercizio della professione, complice in ciò una generica difficoltà di elaborazione teorica dal parte del mondo giornalistico di questa diffusa inclinazione al un certo conformismo che e alla ricerca forzata del consenso. Come detto in chiusura dalla Sardoni, oggi, accanto alla personalizzazione della politica con la figura carismatica del leader, si assiste anche alla personalizzazione della figura del giornalista, a scapito della qualità e della capacità di veicolare contenuti significativi. A ciò si aggiunge un problema di prassi, un’assuefazione diffusa e trasversale al conformismo, una certa pigrizia dei giornalisti nell’affrancarsi dall’attuale narrazione politica per crearne una propria, responsabile in questo anche un certo conformismo dei direttori dei giornali che non permettono sempre al giornalismo di esprimere in modo autonomo la propria opinione.

Wanda Marra prende la parola e approfondisce la questione osservando come il giornalismo attuale abbia effettivamente meno potere di quello che aveva ieri o di quello che potrebbe avere oggi. Questo perché è sempre meno un contropotere, mentre è sempre più invischiato con tanti altri centri di potere, con una contiguità particolare con quello politico. Tale contiguità è tale da rendere difficile al giornalismo fare barriera, con susseguente perdita del suo potere contrattuale rispetto agli altri poteri, e ciò a scapito della trasparenza e dell’ oggettività dell’informazione. E ciò si legge molto bene anche nella recente attualità di cronaca politica dove sempre più la scelta delle informazioni da passare risponde alla scaletta di priorità dell’agenda narrativa del politico di turno, nell’impossibilità evidente di riuscire a proporre una “agenda setting” differente e alternativa.

A seguire Alessandra Sardoni riporta la questione su un piano molto pragmatico, individuando, tra la cause dell’attuale debolezza del giornalismo in Italia, la carenza di risorse indotta dalla crisi economica. Prime vittime di questa mancanza di risorse sono la agenzie di stampa, minate nella loro capacità di coprire in modo capillare in prima linea le notizie, dal venir meno di mezzi essenziali allo svolgimento di questo fondamentale lavoro. Senza dimenticare poi che la gran parte delle risorse delle agenzie di stampa dipendono direttamente dai finanziamenti della Presidenza del Consiglio, con evidente asimmetria di potere tra le due parti. C’è quindi a monte un problema di sistema che restituisce un’immagine di debolezza al giornalismo. L’unica forza del giornalista, ma che a un’attenta analisi potrebbe divenire una debolezza, resta la sua capacità di attingere a piene mani agli atti delle procure per diffondere le proprie notizie. Modus operandi da non criticare in toto, senza però dimenticare che compito essenziale del lavoro del giornalismo è anche quello di ricercare e creare a sua volta notizie, importanti anche nel lavoro d’inchiesta della magistratura. A ciò non si può non aggiungere, come fattore macroeconomico di rischio per lo stato di salute del giornalismo, la crescente concentrazione del sistema editoriale italiano, secondo una dinamica comune al nostro come ad altri paesi.

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 Il cortocircuito del nostro tempo, come suggerito dal professor Calise, è che tutto nel nuovo millennio rischi di sembrare comunicazione, in questa confusione tra mezzo e fine, assistiamo al tentativo costante di ogni potere di fare comunicazione, come strumento di consolidamento della propria legittimità. Damilano, concorde, ha sottolineato come tale processo, all’interno di uno scenario globale, sia innescato anche dalla crescente difficoltà dei singoli poteri nazionali, i quali, per colmare tale vuoto, sono sempre più indotti ad accrescere il loro potere di comunicazione.

Questo è stato più vero in Italia, dove la categoria dei giornalisti si trova fra due fuochi, tra poteri che limitano la possibilità di fare informazione, consapevoli che la comunicazione oggi più che in passato è in grado di spostare in modo significativo un elettorato prevalentemente di opinione. Se quindi da un lato c’è la politica (e Renzi ne è l’esempio evidente, come sostenuto da Marra) che fa comunicazione senza delegarla più all’intermediazione del giornalista, dall’altro sta acquisendo sempre più campo la comunicazione dal basso, proveniente dal mondo della rete. Il giornalismo si trova tra questi due fuochi, nella difficoltà di trovare il proprio spazio e di contrastare questi nuovi modi di comunicare, facilmente appiattibili in senso conformista, nella loro rinuncia all’esercizio di una forte coscienza critica rispetto alla veridicità delle notizie.

Come muoversi in questo nuovo scenario? Senza rinunciare a fare del buon giornalismo, come detto da Marco Damilano, e con i mezzi tradizionali della professione, così da restituirle la forza di contropotere, capace di muoversi anche in uno scenario così mutato. E per riappropriarsi di questa dimensione, è bene che il giornalista si riappropri della sua solitudine nello svolgere il proprio lavoro di ricerca e di verifica delle notizie, rompendo certe dinamiche di branco e aprendosi a una successiva elaborazione collettiva delle informazioni. Lo spazio di potere del giornalismo si gioca sulla sua capacità di arrivare laddove nessuno è ancora arrivato, precedendo e magari aiutando il lavoro degli stessi organi di giustizia. Elemento cruciale in questa partita, come ricordato da Marra, è il ritorno dalla dimensione della disintermediazione a quella della mediazione, nel senso che ogni notizia, qualsiasi sia la sua fonte, presuppone il necessario lavoro di mediazione del giornalista, frutto di studio, ricerca e verifica tutte le volte che ciò risulti possibile.

Solo così il giornalismo salvaguarderà il suo potere, evitando di rinunciare alla trasparenza dell’informazione, elemento costitutivo di ogni sistema democratico e plurale.