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Mercoledì 6 aprile, nel giorno di apertura della X edizione del Festival Internazionale di Giornalismo di Perugia il Teatro della Sapienza ha ospitato nella sua sede alle ore 21:00 Il teatro degli oggetti, uno spettacolo-monologo animato di Fulvio Abbate con Gerardo Balestrieri alla fisarmonica.

All’interno di una scena minimale, pochi elementi ad animarla: un sgabello, un leggio, un tavolino e soprattutto un succedersi vorticoso di oggetti, usati per raccontare e restituire la memoria del mondo, frammenti di un passato che si racconta e ci parla di noi attraverso le cose che ne hanno animato sogni, speranze e fantasie.

Fulvio Abbate, artista e scrittore istrionico e poliedrico, si è fatto voce di questi oggetti, attori di uno spettacolo dalle maglie larghe che va costruendosi per rapida addizione di elementi eterogenei. Il tutto accompagnato dalla fisarmonica di Gerardo Balestrieri, cantautore e musicista multiforme, che con maestria ha creato una colonna sonora malinconica e struggente, scandendo la narrazione passo dopo passo.

Le cose del teatro degli oggetti sono quelle che ci accompagnano ogni giorno, che definiscono il nostro modo di essere nel mondo, segnando tendenze, incarnando idee e aspirazioni, capaci di trascendere la loro materialità per parlare di qualcosa che risiede nella dimensione immateriale della mente e dello spirito. Ieri sera il palco del Teatro della Sapienza ha ospitato sulla scena guizzi di vita, momenti di una storia individuale e collettiva che si sono materializzati, sotto gli occhi di un pubblico accorso numeroso, sotto forma di oggetti tra i più diversi e curiosi che, dietro la loro apparente inoffensività, si sono invece rivelati carichi di significati.

Complice in questo la voce di Fulvio Abbate che, tra ironia e serietà, come un mago che tira fuori dal suo cilindro magico un coniglio, ha dato vita a oggetti ora curiosi, a volte kitsch, attraverso i quali viaggiare nel tempo e muoversi nello spazio, partendo dall’Italia per poi fare un salto in Perù, volare negli USA, fermarsi in Vietnam e catapultarsi infine nella città di Hiroshima post – bombardamento atomico.

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Fra le mani di Abbate si è animata una mirabolante carrellata di oggetti: un piccola casa salvadanaio in legno, la casa – radio del Mulino Bianco,  ex voto dedicati alla santa del Perù protettrice dei poveri e capace di rendere invisibili i ladri, il gagliardetto del Rotary Club di Hiroshima, un temperamatite con il presidente Kennedy dal profilo perfettamente pantografato, il pesce canterino che intona a colpi di coda la celebre canzone Don’t Worry, Be Happy, portachiavi di ogni genere e tipo, fino a quello con un preservativo nel retro da usare in caso di bisogno, per finire con gli occhiali che hanno turbato l’immaginario di intere generazioni, da quelli della Nouvelle Vogue, passando per quelli che Woody Allen fa indossare ai suoi genitori nel film “Prendi i soldi e scappa”, fino alle leggendarie lenti a raggi X usate per spiare le segrete nudità femminili.

Per l’occasione, il teatro degli oggetti si è animato anche di pagine di giornali: quella di copertina di Charlie Hebdo del ’71, la rivista italiana Re Nudo, Il settimanale Eroticomico Menelik, cartina tornasole di un mondo e di un’Italia cambiati e di cui resta solo una copertina dai colori saturi e un po’ sbiaditi dagli anni.

Come detto dallo stesso Fulvio Abbate nel corso del suo monologo, la società di massa e la cultura pop hanno eletto gli oggetti a loro ideale estetico, ce lo ha insegnato bene Andy Warhol, che ha conferito a una lattina di Coca – Cola lo status di opera d’arte, e oggi questo ci sembra tanto più vero in un mondo vorace che consuma tutto a grande velocità.

Nelle parole di Abbate c’è l’immagine di un mondo che si è andato perdendo insieme agli oggetti che ne hanno costituito le icone, ma anche la tenerezza per un passato che, agli occhi smaliziati dello spettatore del nuovo millennio, suscita un sorriso divertito e una certa dose di malinconia, quella che si prova quando si sa che ciò che è stato non tornerà più. Ma allo stesso tempo c’è l’impressione che si voglia sottrarre le cose del mondo dal loro destino di caducità, corruzione e transitorietà per farne finestre aperte sulla realtà, per reificare al loro interno concetti, sentimenti, pensieri la cui complessità può essere racchiusa anche nello scugnizzo del detersivo Tide che fuma miracolosamente una sigaretta.