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Non importa che tu sia un giornalista radio-televisivo o di carta stampata, un fotografo o un reporter in cerca di storie, un fixer oppure un producer: qualsiasi sia il tuo ruolo, se decidi di andare in zone di guerra da freelance, i rischi e le difficoltà da superare sono uguali per tutti.

Quello dei freelance è un tema ampiamente dibattuto soprattutto nel delicato momento storico che stiamo vivendo, in cui le ostilità nel mondo crescono di pari passo con le sfide da affrontare nello svolgere il proprio lavoro. Parliamo di “sfide che vanno dalla sicurezza alla preparazione editoriale dei pezzi, al rapporto con le fonti, con i fixer locali e con le associazioni umanitarie – spiega Francesca Mannocchi, reporter freelance e speaker del panel Raccontare la guerra da freelance – e al difficilissimo rapporto con i capi redattori o in generale con le gerarchie che sembrano inesorabilmente difficili da scalare per i freelance”.

Oltre a questo – aggiunge Costanza Spocci, cofondatrice Nawart Press – ci sono altri rischi da considerare, come la questione del sequestro e del rapimento. Ma quello che preoccupa di più la giornalista è il rapporto con le autorità e la polizia: “La Turchia è un paese in guerra – rivela, e aggiunge – il governo centrale ha un grandissimo controllo su tutto il territorio e questo significa che quando ti muovi vieni fermato, vieni individuato, si può incorrere in problemi anche abbastanza gravi. Inizi quasi ad avere quasi la paranoia di essere seguito, che il tuo computer è controllato, che il tuo telefono è sotto ascolto”. E bisogna avere paura, certamente, perché “ti rendi conto che essere seguiti o essere fermati può creare un nuovo problema, che può essere deportazione oppure detenzione”.

Ma nel mercato (ormai) quasi saturo della comunicazione, c’è davvero spazio per tutti i giornalisti freelance che si trovano a dover competere con colleghi, inviati di guerra, reporter con alle spalle grandi redazioni e contratti che aprono le porte ovunque? Perché farlo e qual è il valore aggiunto dell’essere freelance, di stabilirsi in un luogo dove si rischia la propria vita per mesi e mesi senza essere sicuri che il proprio prodotto lavorativo vedrà mai la luce?

A raccontare la propria storia è Nancy Porsia, giornalista freelance che vive in Libia ormai dal 2011: “Mi sono recata per la prima volta in Libia durante i combattimenti, e l’ho fatto da freelance pura”. Anzi, “in realtà si trattava del mio primo lavoro da freelance. Mi sono innamorata sin da subito di questo paese, nonostante le difficoltà del territorio e dell’ambiente”. Nancy Porsia si è trasferita perché voleva imparare il mestiere del giornalista freelance, per poi farne il proprio lavoro definitivo. Il primo passo è stato trovare una rete di contatti che le garantissero la sicurezza: “ero una novellina freelance, non avevo a disposizione nessun budget e non mi avvalevo della figura del fixer”. Ma dopo i primi mesi in Libia, le cose sono cambiate: “ho iniziato a vedere una sorta di apertura da parte dei miei amici, gente che iniziava a fidarsi di me perché io c’ero, perché ero sul terreno – continua la giornalista – la sensazione che non li avrei traditi dava loro garanzia per raccontarmi storie che altrimenti non avrebbero raccontato a nessun altro”. E qui sta la vera differenza con gli inviati dei grandi giornali, perché queste storie non potevano essere dette “a un giornalista che entra nel paese, fa incetta di storie e va via senza preoccuparsi delle conseguenze di chi rimane sul terreno”.

Nemmeno per i fotoreporter la vicenda è diversa: “Ho avuto modo fin da subito di rendermi conto di quali erano le difficoltà per un freelance – dice Alessio Romenzi, fotografo freelance – che sono innanzitutto di non essere conosciuto, e di conseguenza la difficoltà nell’inserirsi in un mercato già assolutamente saturo, sovrappopolato. C’è un grosso squilibrio tra domanda e offerta”. Eppure, nonostante questo, sono sempre di più i giornalisti che decidono spontaneamente di rimanere freelance anziché redattori ordinari (con tanto di stipendio fisso e trasferte totalmente pagate) per mantenere la propria autonomia e la propria flessibilità. Lo stesso è successo al fotogiornalista Romenzi, che ha rinunciato a questa possibilità e che motiva la propria scelta con le seguenti parole: “non me la sentivo di dover sempre e comunque obbedire a un ufficio che 9 volte su 10 ti dà un compito anche se tu tutto vorresti fare tranne che quello. Insomma, è una questione di bilanciamento”.

Insieme ai giornalisti che viaggiano in paesi lontani, c’è anche l’altro lato della medaglia: i fixer, ossia colleghi che vivono nei luoghi che i freelance visitano per lavoro, e che garantiscono contatti, interviste e interpretazione degli eventi. Sono delle persone in carne ed ossa, dei traduttori non solo di lingua ma anche di cultura e contesti sociali, che prestano le proprie competenze dietro pagamento. A parlarcene è Mike Garrod, fondatore e direttore della piattaforma World Fixer: “Sul nostro sito internet ci sono più di 400 operanti che fanno parte di tutte le aree del mondo – racconta – molte delle persone che lavorano e che desiderano lavorare in ambienti ostili in queste zone lo fanno perché si sentono sicure nel loro ambiente”. Il lavoro del fixer, dunque, dipende proprio dal diverso carattere di ogni persona, e può variare dal semplice traduttore alla vera e propria realizzazione di servizi giornalistici.

Ovviamente per essere un fixer occorre possedere le giuste conoscenze e avere una formazione adeguata, che garantisca sicurezza ai giornalisti. Questo servirà ad accrescere sempre di più la collaborazione tra fixer e giornalisti, necessaria per ogni buona storia e anche per preservare la propria pelle.