Ece Temelkuran e la lucida analisi di un regime in ascesa vissuto sulla propria pelle. Giornalista, commentatrice politica e scrittrice, ha parlato, intervistata da Marta Ottaviani, di Turchia e dei meccanismi complessi che hanno portato alla situazione attuale. Licenziata nel 2012 da Milliyet per aver riportato la strage di dozzine di bambini curdi al confine tra Iraq e Turchia, ha racchiuso il suo pensiero in un recente articolo per The Guardian “Truth is a lost game in Turkey. Don’t let the same thing happen to you“. Quindici anni in cui molto è cambiato nell’assetto politico e culturale del paese, così come nelle geometri mondiali.

Per Temelkuran la colpa non è soltanto di Erdoğan, ma soprattutto degli intellettuali a lui vicino. Il tutto, sostiene, ci riporta all’idea di Popper dell’esclusione dell’intellighenzia dal potere in favore di una mobilitazione dell’ignoranza. Il lavoro culturale che è stato fatto ha potuto creare le condizioni per estraniare dall’opinione pubblica chi criticava la linea del governo.

Perché la gente ha deciso di credere a questa verità che Erdoğan e i circoli intellettuali avevano creato? “Perché riesce a identificarsi con le masse” risponde la giornalista. La potenza della narrazione risiede proprio nella volontà da parte delle persone di identificarsi con qualcosa. La riprova di questo è chiaramente visibile nei successi dell’estrema destra in Europa e nella vittoria di Trump alle scorse presidenziali americane. Il tema è essenzialmente politico nonché trasversale. “Tutti loro – sostiene – vogliono presentarsi come se fossero andati oltre la politica, perché tutti odiano la politica”. L’ignoranza, aggiunge, è diventata un’identità culturale che deve essere rispettata e per questo legittimata. La mobilitazione delle folle, nel caso Turco in modo particolare, è dovuta al fatto che Erdoğan abbia cercato di accontentare tutti, dal tema curdo all’ingresso della Turchia nell’Ue.

La giornalista turca si sofferma poi sul ruolo svolto dai media, colpevoli di aver raffigurato gli oppositori del governo automaticamente come sostenitori del golpe: “Ecco come è possibile confondere le masse e i circoli degli intellettuali”.  La post verità non è nulla di nuovo ma sono cambiate le possibilità di persuasione grazie alla forza e all’autorevolezza favorita dai mass media. Una contro-narrazione risulta sempre più complicata, soprattutto quando questa confonde l’oggettività con la neutralità. Questo è particolarmente pericoloso perché non tiene conto della relazione squilibrata che coinvolge i soggetti. “È come giocare a scacchi con un piccione – spiega con una metafora – perché anche se giochi perfettamente il piccione muove le ali e sbaraglia la scacchiera. Questo è quello che sta accadendo”.

“Abbiamo perso in Turchia – commenta Temelkuran – quando si è cominciato a reagire”. La situazione è a suo avviso sfuggita di mano a causa del logoramento alla quale è sottoposto chi protesta. Una macchina senza pausa, quella del leader dell’Akp, che rischia di schiacciare ogni tentativo di resistenza. La rabbia rischia così di trasformarsi lentamente in un senso di inutilità.

Dopo aver disegnato un quadro abbastanza critico della situazione, la giornalista si esprime in merito a una possibile soluzione: “Non sono priva di speranza ma questo è un termine molto fragile. Ritengo che sia necessario trovare un rimedio collettivo”. Cosa possiamo fare? Lei è certa che la risposta arriverà dall’unione da queste esperienze comune a molto Paesi, per ricreare una nuova Internazionale:
“Andalusia Reloaded – conclude – è il mio progetto per produrre una narrativa opposta”.

Nello spazio conclusivo riservato alle domande le è stato chiesto di fare un confronto con i regimi del passato. “Il meccanismo psicologico a sostegno di questi regimi – risponde – è una delle domande che mi continuo a fare”. Sottolinea come, rispetto alla Seconda Guerra Mondiale, il regime sia arrivato in abiti civili anziché militari. In merito al dialogo con i sostenitori del Governo dichiara: “La parola dialogo è sfuggente, anche se tu vuoi partecipare ad un dialogo ci vuole la controparte”. Mette in guardia rispetto a un necessario punto di riferimento comune, senza il quale sarebbe impossibile instaurare un confronto.
A questo proposto si domanda: “Ma capiamo anche noi stessi? non credo, credo che dovremmo parlare tra di noi, persone dotate di pensiero critico”. Ancora una volta ricorda il bisogno di fare comunità, di costruire una proposta diversa, per contrastare un fenomeno contro il quale stiamo inesorabilmente perdendo la battaglia.