Informazione e politica, giornalismo e presidenza Trump: questi i temi al centro di uno degli incontri della terza giornata del Festival Internazionale del Giornalismo di Perugia.

Ospite d’onore è il managing editor di The Washington Post, Cameron Barr. A moderare e introdurre il dibattito Lucia Annunziata, direttrice di Huffington Post Italia.

Cameron Barr, come ricordato da Lucia Annunziata, è un giornalista di lunga esperienza che si è occupato di temi e inchieste importanti che vanno dal Medio Oriente alla Sicurezza Nazionale fino ai di Servizi Segreti americani. Alla luce della sua esperienza, il giornalista del Washington Post ha discusso in merito al significato di fare giornalismo e di essere giornalisti  nell’era dell’informazione alternativa.

Un punto essenziale è la verità, la verità delle fonti e la verificabilità delle proprie notizie: quando il giornalismo racconta la verità e si attiene ai fatti anche i potenti non possono eluderli e saranno costretti a fare i conti con essi. Al bisogno di verità si appellano i lettori, saperla raccontare paga. Lo stesso Washington Post, afferma Barr, ha conosciuto un aumento costante di questa richiesta, compito del giornale è stato quello di raccogliere questo bisogno, dimostrando che quello che leggevano era dimostrabile e documentato.

Raccontare la verità e garantire la trasparenza delle notizie è inoltre, come affermato con forza da Barr, garanzia e presidio della nostra democrazia. Questo oggi è valido più che mai e conferma la validità della definizione tradizionale di giornalismo inteso come la rivelazione di informazioni non note, pertinenti per l’opinione pubblica, che spesso le istituzioni vogliono tenere nascoste”.

Oggi il sistema dell’informazione è molto cambiato, una giornata non raccoglie più un solo ciclo di notizie ma molti cicli, ma questo non deve scoraggiare il giornalismo e, anzi, secondo Barr, apre scenari particolarmente entusiasmanti che bisogna imparare a sfruttare. Ma anche davanti alle nuove sfide, il bisogno di verità resta una costante, come ha dimostrato proprio l’elezione del Presidente Trump. La sua campagna elettorale e il suo approccio ai media ha  rappresentato un fattore sicuramente imprevedibile che non è stato immediatamente compreso; ma oggi i giornalisti sanno che la strategia vincente resta quella di farsi garanti della verità dei fatti.

Il Washington Post in questo senso, ha precisato Barr, “non è in guerra con Trump, ma si rimbocca le maniche insieme a lui”.Un giornalismo che si trova ad affrontare una sfida quanto mai stimolante, perché seguire l’amministrazione Trump significa trovarsi davanti a un presidente che può cambiare idea radicalmente in tempi molto brevi. Il recentissimo intervento americano in Siria sembra esserne la conferma. Se prima Trump aveva affermato di non essere interessato a ciò che accadeva fuori dai confini americani, stamattina il mondo si è svegliato con gli USA che hanno operato un attacco missilistico in Siria.

Lucia Annunziata ha domandato a Barr se ciò sia spiegabile alla luce della strettissima vicinanza tra la Presidenza Trump e i massimi vertici militari americani, alcuni dei quali ricoprono importanti ruoli nella sua amministrazione. Secondo Barr questo è un fattore che influenza sicuramente la politica americana, ma c’è ancora bisogno di tempo per capire cosa succederà e il compito del giornalismo sarà quello di fare chiarezza.

Il giornalismo è cambiato molto dagli anni 70′ e il Washington Post si è rivelato  un giornale leader nella sperimentazione dei nuovi media, questo perché, e Barr non ha dubbi, l’uso delle nuove tecnologie offre nuove opportunità, prima del tutto inimmaginabili, capaci di coinvolgere sempre più lettori. La tecnologia è una realtà che bisogna accettare, imparando a usarla al meglio per approfondire i fatti e verificare le notizie.

Trump ha instaurato un rapporto quanto mai ondivago con i giornalisti, prosegue Barr; se in campagna elettorale si è scagliato duramene contro i giornali, in seguito non ha esitato a contattarli, quando questo poteva rivelarsi utile alle sue proposte politiche. I media, e lo stesso Washington Post, inizialmente hanno sbagliato, ha affermato Barr, ad affrontare la realtà Trump, ad esempio nella loro capacità di raccontare la classe media americana che si è rivelata una parte significativa del suo elettorato. “Questa è stata una nostra colpa, ma ora è nostro compito cogliere quegli aspetti che prima avevamo ignorato”.

In questa sfida quotidiana che vede il giornalismo fronteggiarsi con Trump e la sua politica, Barr, rispondendo a una domanda del pubblico, ha criticato l’uso, all’interno del sistema mainstream, di un linguaggio giornalisticamente forte e connotato capace di polarizzare in modo estremo l’opinione dei lettori. Compito del giornalismo è quello di “abbassare il livello emotivo”. Questa è la linea adottata dal Washington Post, laddove compito del giornalismo non è quello di rivolgersi a una pubblico già schierato, ma informarlo e rimettere a chi legge la possibilità di formarsi una propria opinione.

In questo senso l’era Trump apre davvero una nuova sfida al giornalismo informato e consapevole.