Autocensura e delegittimazione professionale: sono questi gli obiettivi principali delle nuove forme di intimidazione indirizzate all’attività giornalistica e investigativa di chi si occupa nello specifico di criminalità organizzata e collusione tra mafie e colletti bianchi. Il tema è stato affrontato e dibattuto nel corso di un panel a cui hanno preso parte Rossella Canadè, giornalista de La Gazzetta di Mantova, Franco Castaldo, fondatore e giornalista di Grandangolo, Claudio Cordova, fondatore e giornalista de Il Dispaccio, e Valerio Vartolo, avvocato specializzato in diritto dell’informazione e consulente legale di Ossigeno per l’Informazione (osservatorio sui giornalisti minacciati).

L’incontro ha dato l’occasione agli speaker di mettere a confronto due realtà particolarmente differenti, le comunità del Nord e del Sud Italia, nei loro rapporti con la radicalizzazione sul territorio delle associazioni di stampo mafioso. La Canadè partendo dalle inchieste condotte per La Gazzetta di Mantova sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta in territorio lombardo – il caso Pesci in primis – ha descritto la comunità mantovana come sonnolente perché poco abituata a convivere e contrastare azioni di questo tipo: “In Calabria e Sicilia la mafia è un nemico concreto, un nemico visibile, quindi negli anni c’è stato un movimento di reazione. Io vivo a Nord e sono spaventata dalle non reazioni di una comunità che fa fatica a capire cosa sta succedendo nei territori di Mantova, Reggio Emilia e Cremona, e credo che gli effetti di questa sonnolenza si vedranno in futuro”.

Le forme di intimidazione di cui si è dibattuto, però, non hanno niente a che vedere con violenze e aggressioni di carattere fisico, ma si inseriscono nella categoria delle minacce bianche, ovvero minacce di denunce e citazioni a giudizio. In questo caso l’obiettivo dei querelanti è quello di delegittimare la posizione professionale del giornalista e spingerlo all’autocensura. Spesso, infatti, raccontano Cordova e Vartolo, i giornalisti si trovano a subire dei veri e propri atti di intimidazione che promettono di bloccare eventuali azioni giuridiche in cambio di denaro. Inoltre, soprattutto al Nord, dove non si è ancora sviluppata una vera e propria coscienza civile contro le associazioni mafiose, è la stessa comunità di riferimento a delegittimare l’attività giornalistica. “Tu documenti tutto con le carte, pubblichi le intercettazioni, ma non basta niente – ha spiegato la Canadè – niente è mai sufficiente, sembra sempre che tu stia raccontando delle fandonie, che siano chiacchiere da bar. A Mantova il Comune non si è neanche costituito parte civile contro i mafiosi, si è costituito solo per una parte, quella che riguarda l’accusa di corruzione per il sindaco, non per le estorsioni della cosca mafiosa”.

Cambiano le forme di intimidazione perché cambia l’oggetto delle inchieste giornalistiche. Oltre alla cosiddetta mafia della “manovalanza”, sulle pagine dei giornali troviamo adesso anche le infiltrazioni tra i piani alti, imprenditori ed esponenti politici, e la base dell’organizzazione criminale.  Gli strumenti per evitare che tali rapporti divengano noti all’opinione pubblica sono quindi gli strumenti giuridici e i successivi processi di delegittimazione e autocensura. A soffrirne sono soprattutto le piccole testate e i freelance, i quali, non avendo solidi editori alle spalle o importanti risorse economiche, spesso sono costretti alla chiusura o a limitare il raggio delle proprie inchieste.

Un’altra differenza tra Nord e Sud è che spesso nel Meridione gli editori hanno rapporti diretti con le pubbliche amministrazioni e gli imprenditori, con i quali fanno affari in maniera legittima, spiega l’avvocato Vartolo. Questo però può tradursi nell’abbandono del giornalista da parte dell’editore.

Franco Castaldo, giornalista di Grandangolo, per esempio, ha scoperto che circa 26 anni fa l’editore de La Sicilia, giornale per il quale scriveva e tutt’ora lavora pur non mettendo più piede in redazione, si era messo d’accordo con l’imprenditore su cui il giornalista stava indagando, poi arrestato per collusione con la mafia e morto il carcere, per un suo trasferimento, dopo aver risolto tra loro controversie giuridiche e legali.

A ciò si aggiunge una magistratura spesso poco disponibile ad accogliere i passi avanti fatti dalla giurisprudenza: “L’Italia è al 77° posto nella classifica per la libertà di stampa – continua l’avvocato – proprio per le minacce fisiche ai giornalisti, per le querele e per le intimidazioni. C’è anche un altro ordine di problemi: spesso quando andiamo in tribunale ci dobbiamo confrontare con magistrati che non sono sempre pronti a considerare le ragioni più avanzate della giurisprudenza. Noi in Italia ci arrabattiamo da circa 25 anni a discutere, ogni volta che arriva una denuncia o una citazione a giudizio, se debba prevalere il diritto alla reputazione della persona o il diritto alla libertà di espressione: due diritti costituzionali, ma la corte di Strasburgo con l’articolo 10 ha in realtà già deciso che prevale sempre la libertà di espressione”.

Di fronte a questo quadro, quindi, le minacce di denuncia e citazioni a giudizio riescono davvero a mettere a repentaglio l’attività giornalistica. Il lungo procedimento che deriva dalle citazioni per danni, che non prevedono il vaglio del giudice in udienza preliminare, può davvero spingere il giornalista a censurarsi, soprattutto se non è disposto a vivere per due o tre anni, in media il tempo di durata del processo, con la spada di Damocle della condanna sulla propria testa.

Infine, ha spiegato Claudio Cordova, spesso l’azione subdola dei colletti bianchi può avere come scopo l’isolamento economico, soprattutto nel caso di piccole testate che non ricevono finanziamenti pubblici e vivono di pubblicità e sponsor: “Quando si scrive di un imprenditore o di un politico non si parla solo di quella persona ma tutto il suo cerchio magico, che non è piccolo. Una delle ritorsioni, quindi, può essere quella di fare terra bruciata intorno alla nostra realtà”.

Ledere la professione, prima ancora che che la persona.