Non è mai bello parlare di differenza di genere quando si affronta il tema dei diritti civili e della libertà di espressione, ma quello che sta accadendo in Medio Oriente e in Nord Africa negli ultimi anni spinge a una necessaria riflessione sulla presenza, in costante crescita, e sul ruolo delle donne tra gli attivisti politici. Ed è questo il senso dell’incontro che ha visto riunirsi e confrontarsi a Perugia Maryam – Al Khawaja, attivista dei diritti civili nata in Bahrain, Miranda Patrucic, giornalista di inchiesta per OCCRP (Organized Crime and Corruption Reporting Project, una piattaforma giornalista dedicata proprio al giornalismo investigativo), e Khadija Ismayilova, giornalista azera conduttrice di Free Radio Europe/Radio Liberty, in collegamento Skype.

Ognuna di loro ha fornito una testimonianza importante e significativa sulla propria esperienza come militante dei diritti civili e giornalista investigativa, condividendo col pubblico gli abusi e i soprusi subiti da parte dei governi. Khadija, per esempio, è stata spiata attraverso telecamere piazzate dentro la sua abitazione e successivamente minacciata, oltre che arrestata per la pubblicazione di un’inchiesta sulla corruzione del potere azero e condannata per il suo lavoro in radio. Al momento, infatti, non le è permesso lasciare l’Azeirbaijan: “Amo il mio paese, amo la mia città, amo la mia famiglia, ma l’impossibilità di viaggiare rende il paese una prigione”.

Maryam, invece, si è rifugiata in Danimarca perché non può più fare ritorno in Bahrein. Su di lei grava una condanna che le ha reso il mondo più piccolo. È costretta infatti a evitare i paesi in cui è ammessa l’estradizione e a dichiarare di essere una criminale, condannata per aver aggredito un poliziotto, ogni volta che le serve un visto. “In Medioriente e Nord Africa – ha esordito – si stanno restringendo gli spazi di società civile e la situazione sta costantemente peggiorando. In tutto il resto del mondo si parla solo di estremismo e fondamentalismo, è un circolo vizioso che non fa altro incrementare l’estremismo. Ci stanno privando anche dei nostri diritti in Europa in nome dell’antiterrorismo”.

“L’accesso è un tema di cui dovremmo sempre parlare – ha aggiunto Maryam – il diritto all’accesso è un tema importante, perché i nostri governi stanno cercando in tutti i modi di limitarlo. Non tutti gli attivisti possono viaggiare e partecipare a eventi come questo”.

Maryam ha focalizzato l’attenzione anche sul ruolo di attivista e reporter: “La credibilità è la cosa più importante che abbiamo. I governi stanno imparando a utilizzare i nostri strumenti, quelli che abbiamo sempre usato per il nostro lavoro, come i social media, contro di noi, creando campagne di diffamazione. Togliendoci la libertà di espressione”.

Sia Maryam che Miranda hanno subito offese e insulti a sfondo sessuale per i lavori pubblicati e per la loro lotta, attacchi che per altro è ancora possibile trovare in rete. Miranda ha inoltre dichiarato di esser stata più volte seguita quando abitava in Montenegro e di non essersi mai veramente sentita al sicuro.

Sempre più spesso il carattere sessista degli attacchi indirizzati alle donne ha lo scopo di denigrare moralmente la persona, oltre che delegittimare la posizione del professionista.

Al centro del dibattito anche il ruolo delle fonti. Naturalmente, trattandosi di giornaliste e reporter perseguite dai governi e dal potere politico, il fattore sicurezza è fondamentale. Ogni lavoro di inchiesta presuppone un accurato processo di tutela di chi fornisce le informazioni e delle persone a cui questi è legato affettivamente.

“Non esiste più un noi e un loro, le minacce ormai non hanno più confini” spiega Maryam. A essere preso di mira, infatti, non è solo chi partecipa in prima persona, ma anche i parenti e gli amici più stretti che, pur trovandosi a chilometri di distanza, sono costretti a subire in prima persona le violenze di chi perseguita. La minaccia, quindi, non si annida solo all’interno del proprio paese, ma arriva a valicare limiti e confini, ed è diventata particolarmente semplice grazie agli strumenti digitali – la maggior parte delle campagne di diffamazione arriva proprio dalla rete.

Infine, spazio al ruolo delle donne e al loro rapporto con la lotta per i diritti civili.

“Non ci perseguitano perché siamo donne, ma il fatto di essere donne può essere usato spesso contro di noi – ha spiegato Khadija – non esiste una differenza di rischi tra uomini e donne per quello che facciamo e non ci sono più grosse disuguaglianze”.

Non sa bene spiegare perché sempre più donne scelgano questo mestiere, ma di una cosa è certa: “Sono diventate leader nel settore. Nel mio paese i migliori giornalisti sono donne. Sta diventato particolarmente difficile fare questo lavoro in Azerbaijan. Uno degli effetti delle inchieste di Khadija è stato che molti documenti sono diventati segreti, quindi è necessario trovare altri modi per riportare le notizie, il che vuol dire utilizzare i social media o imparare lingue straniere, e molte donne hanno mostrato più determinazione nel fare questo”.

Le donne, però, restano nell’occhio del ciclone. Alla sorella di Maryam, per esempio, hanno negato per due anni il certificato di nascita del figlio, decisione che si è tradotta nella negazione di ogni tipo di assistenza medica e sostegni sociali di vario tipo.

Così, il grido di speranza, a conclusione dell’evento, arriva proprio dalla reporter nata in Bahrein: “Lottare per i diritti civili non deve essere l’eccezione, deve essere la regola. Mandela, Gandhi e Martin Luther King erano proprio come noi, e l’unica differenza è che si svegliavano la mattina e decidevano di combattere per i diritti”.

Sulla questione di genere Maryam Al-Khawaja ha concluso: “Dobbiamo cambiare modo di parlare. Diciamo sempre che le donne si sono unite alla lotta, parliamo delle donne come se fossero qualcosa di marginale, che non dovrebbe essere lì ma c’è.  La verità è che le donne sono sempre state lì, hanno fatto sempre parte della lotta, ma non hanno mai avuto lo spazio dato agli uomini. Il problema sta proprio nel modo in cui parliamo e riportiamo i fatti. Mio padre è attivista. Mia madre anche. Ed è lei che mi ha sempre ispirata e dato la forza”.