Com’è cambiato, nell’ultimo decennio e alla luce della crescita economica, il rapporto tra informazione e potere politico in America Latina?

La domanda è stata affrontata venerdì 2 maggio nel panel discussion, ospitato dalla sala Raffaello dell’Hotel Brufani, che ha visto la partecipazione di Omero Ciai nel ruolo di moderatore, Roberto Sapag, direttore di Diario Financiero, Fernando Gonzalez direttore dell’argentino El Cronista, Ricardo Avila, giornalista colombiano che dirige PortafolioCatherina Vieira, agli Interni di Valor Económico, e Antonella Mori. Quest’ultima, insegnate di Macroeconomia e Scenari Economici all’Università Bocconi di Milano ha dato una chiave di lettura alle dinamiche di libertà di stampa in Sud America di tipo economico e sociale: la disuguaglianza nella distribuzione del reddito. Seppur migliorata la situazione negli ultimi 10 anni, l’aspetto economico resta indice delle diverse posizioni dei Paesi latini nella lista compilata da Reporters without borders e pubblicata annualmente come World Press Freedom Index che, inoltre, misura il pluralismo, la censura, l’ambiente in cui lavorano i giornalisti, il numero di quelli uccisi, la legislazione del singolo paese.

Secondo il ranking riguardo alla libertà di stampa, su 180 Paesi nel mondo, l’Argentina è al 55° posto mentre il Cile al 58°; l’Italia, per fare un paragone, è al 49° posto.

Brasile e Colombia invece sono rispettivamente al 111° e 126° posto. A sostenere la tesi della Mori, c’è il caso dell’Uruguay: al 26° posto per quanto riguarda la libertà di stampa; a uno dei primi nel subcontinente, per l’equa distribuzione di reddito. Eppure ci sono delle eccezioni: il Venezuela è una di queste.Nonostante abbia una buona distribuzione del reddito, nella lista occupa il 116° posto. Si pone quindi tra i paesi con cattiva libertà di stampa. Continuano le eccezioni: Messico, anche esso con buona distribuzione reddito, è al 152° posto; Cuba al 170°, ultimo paese sudamericano per libertà di stampa ma non certo per equità nella distribuzione reddituale.

In queste realtà, è sottolineato, altre dinamiche, politiche e sociali, influenzano la libertà dell’informazione.

In Cile, secondo Roberto Sapag, la situazione di libertà è discreta anzi ottima, se comparata a altre zone del subcontinente. C’è una buona facilità di accesso all’informazione, sostenuta da una ley de trasparencia entrata in vigore nel 2009, che obbliga il settore pubblico alla trasparenza appunto dei confronti dei media, fornendo libero accesso ai dati. Inoltre aggiunge il giornalista: «Il vecchio problema della concentrazione dell’informazione, che è un tema ancora esistente, sta diluendo progressivamente con l’irruzione del mezzo digitale. Nell’ultimo anno, vari mezzi di comunicazione nuovi e indipendenti, creati e amministrati da giornalisti, stanno guadagnando pubblico». Esempi della nuova scena sono El Mostrador e Ciper.

In Argentina, secondo Fernando Gonzalez, il rapporto tra media e potere è sempre stato, e lo è tuttora, molto conflittuale. «L’Argentina non possedeva una legge per i mezzi di comunicazione dalla dittatura militare che terminò nel 1983». La cosiddetta Ley de Medios, infatti, è arrivata quasi 30 anni dopo la fine del potere totalitario, nel 2009, grazie anche al nuovo governo guidato da Cristina Fernández de Kirchner. Ancora una volta, la prova del legame esistente tra informazione e politica, più chiaro se si pensa al fatto che l’ultima legge ha rimpiazzato una simile, già esistente durante la dittatura. Secondo infatti Gonzalez, il governo argentino teme il potere dei mezzi di comunicazione, capaci di eleggere o far cadere presidenti; chiama “paranoia della dirigenza politica” l’eccessiva responsabilità data alla stampa nella scelta politica. Dall’altro lato però, è vero che i Kirchner hanno guadagnato e perso potere grazie alla stampa critica. Essa riesce, per fortuna, a resiste alle nuove holding e agli investimenti privati che appoggiano il governo. Il “periodismo (giornalismo) militante” come definito dal potere, riappropriandosi dell’espressione che risale agli anni ‘70, è quello dei mezzi critici che tuttora risulta essere il più seguito.

«La gente non legge i giornali ufficiali, non guarda la tv di stato, la gente non ascolta la radio ufficiale. Questo è un trionfo per la stampa critica», assicura Gonzalez.

Il colombiano Ricardo Avila offre un quadro invece generale della situazione latinoamericana basandosi sul Informe Anual de Relatoría Especial para la Libertad de Expresión, uno studio sulla libertà di espressione stilato dall’Organizzazione degli Stati Americani.

La chiave di lettura offerta tiene conto di tre aspetti: la relazione con i poteri politici, la relazione con il potere economico e quella con i poteri oscuri. I primi includono episodi di censura, di intercettazioni illegali, intimidazioni. I paesi nei quali la libertà d’espressione è ridotta notevolemente dal potere politico sono Ecuador e Venezuela. In quest’ultimo ad esempio, spiega Avila, si sono verificati fenomeni come la chiusura dei media (canali tv e radio) non vicini al regime bolivariano di Chavez e la limitazione della quantità di carta da importare per la stampa, voluta dall’attuale Presidente Maduro.

La relazione col potere economico, invece, è più evidente in Colombia dove l’informazione è principalmente nelle mani di famiglie molto ricche. Luis Carlos Sarmiento Angulo è un esempio: al 52° posto nella classifica dei milionari mondiali secondo la revista Forbes, è il proprietario di una casa editrice e del quotidiano più diffuso, El Tiempo.

Infine per quanto riguarda gli aspetti oscuri, il dato più preoccupante riguarda gli omicidi: in America Latina infatti, viene commesso circa ⅓ degli assassini di tutto il mondo e, solo nel 2013, sono stati uccisi 18 giornalisti. Nonostante i nuovi progetti giornalistici e il dinamismo sulla scena digitale, in Colombia e buona parte dell’America Latina, dice Avila «la nostra professione ha ancora un livello di pericolo elevato».

Il Brasile è il gigante dell’America Latina, gigante isolato linguisticamente. L’unico a parlare portoghese, il paese sta vivendo una fase di cambiamento notevole che riguarda soprattutto l’aspetto economico, come spiega Catherina Vieira: circa 10 anni fa, i poveri costituivano il 49% della popolazione, ora rappresentano il 28%; quella che era la classe media, circa il 28% della popolazione, ora ne costituisce il 53% e infine, i ricchi da 30% sono passati a 90%. Anche il tasso di disoccupazione è calato, circa al 5.5%, grazie al fatto che i giovani preferiscono  continuare a studiare anziché cercare un lavoro. Dunque, le trasformazioni all’interno della società brasiliana si riflettono nei media, dove c’è sperimentazione e interesse verso nuove forme di informazione (ad esempio data),  e nel continuo dibattito riguardo alla libertà d’espressione.

Infine, Secondo la Vieira, se c’è una pressione alla libertà d’espressione, essa proviene più dal settore privato che da quello pubblico.

@LuisaChiaese