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Alla Sala Priori dell’hotel Brufani, nella tarda mattinata di venerdì 8 aprile, la pubblicazione del libro “Odio online” funge da pretesto per una approfondita disamina sul concetto di hate speech e sulla possibilità di arginare il fenomeno, con particolare attenzione al suo sviluppo in rete.

Giovanni Ziccardi, autore del volume e professore di informatica giuridica all’Università degli Studi di Milano, introduce l’argomento citando un testo di Roberto Escobar del 2008, “La paura, in marcia”. Secondo Escobar, “la paura, che è l’emozione che produce l’odio, è da tempo la merce che più si offre e più si vende sul mercato del consenso”. L’odio è diventato merce di scambio, di profitto, finendo per costituire una sorta di valuta corrente.

Ma è corretto parlare di hate speech di fronte al linguaggio violento? L’espressione in senso proprio è stata definita dalla Convenzione (o Patto) internazionale per i diritti civili e politici, ratificata tra il 1966 e il 1976, che, al secondo comma dell’articolo 20, afferma: “Qualsiasi appello all’odio nazionale, razziale o religioso che costituisce incitamento alla discriminazione, all’ostilità o alla violenza deve essere vietato dalla legge”.

Alla luce di questa norma, Ziccardi evidenzia come la definizione si esplichi in una griglia che individua tre ambiti tematici (nazionale, razziale, religioso) e un incitamento a tre possibili comportamenti (discriminazione, ostilità, violenza). La presenza del requisito di incitamento implica, peraltro, la necessaria sussistenza della volontà di istigare il comportamento discriminatorio, ostile o violento di altri.

Nella teoria, dunque, appare evidente che cosa l’hate speech non sia: “non è l’uso di affermazioni, anche le più crude, che non siano però portate con l’intento di incitare terzi all’odio”, chiarisce Ziccardi.

Tuttavia, spesso non è necessaria un’esortazione volontaria perché un gruppo di persone ponga in atto comportamenti violenti o potenzialmente tali. A tal proposito, viene citato l’esempio di Elisa: la cantante, che ha ricevuto una recensione negativa sul suo ultimo album che contiene anche la voce di sua nonna, ha postato uno status su Facebook, con un appello a Paolo Madeddu, autore della critica: “Lascia stare mia nonna ok?”. Al giornalista sono arrivati diversi insulti e perfino minacce da parte dei fan di Elisa. Quello della cantante era hate speech? No, perché non c’era alcun incitamento ad aggredire il critico, ma, alla luce del risultato, ci si chiede se anche “la consapevolezza di essere un personaggio pubblico, la consapevolezza di avere un seguito e l’uso di certi toni”, come nota Ziccardi, abbia una qualche valenza, se non altro da un punto di vista di opportunità.

L’impressione, a prescindere dalle definizioni, è che l’odio sia in aumento, anche se non è possibile uno studio effettivo su questa tendenza, soprattutto per via della portata delle violenze sommerse, private e non denunciate dalle vittime, per paura o vergogna.

Online, peraltro, l’offesa appare particolarmente insidiosa. Da un lato, infatti, si presentano gli stessi effetti che il discorso d’odio causa sulle vittime: medici e psicologi hanno cercato, nel corso degli anni, di identificare le patologie che conseguono agli attacchi di questo tipo e Ziccardi, studiandoli, riporta i più frequenti disturbi: la perdita di autostima, un senso di rabbia costante, isolamento forzato, un immotivato atteggiamento sulla difensiva” ma anche “shock, confusione, disgusto, fino ad arrivare a vere e proprie esperienze traumatiche sul breve e lungo periodo”. A ciò si aggiunge il fatto che l’hate speech online è potenzialmente eterno, con tutto quel che consegue in termine di mancata rimozione del danno.

E se, come sostiene Ziccardi, “l’hate speech ha il fine chiaro di offendere, deumanizzare, molestare, degradare e vittimizzare il bersaglio, oltre a cercare di fomentare insensibilità e brutalità contro le persone prese di mira”, in rete si registra la tendenza a replicare i meccanismi d’odio analogici, spesso veicolati dagli stessi mass media attraverso la cronaca. Le ondate di odio verso particolari gruppi di minoranze sono infatti spesso il risultato della generalizzazione conseguente a una notizia connotata su base etnica o religiosa: anche online, l’hate speech dipende spesso dalla diffusione di bufale o titoli sensazionalistici.

Piuttosto preoccupante, secondo Ziccardi, è poi la mutazione dell’hate speech, che si rivolge non più solo a dispute politiche, ma anche questioni minute, cioè “un nuovo tipo di odio che è veicolato su temi apparentemente banali”. Oltre che quotidiano, “l’odio è diventato anche istituzionale, cioè oggi i più grandi vettori di espressioni d’odio sono i politici – non più politici estremisti, ma i politici a trecentosessanta gradi -, i mass media, i giornalisti e i leader di associazioni di riferimento che dovrebbero invece tutelare la protezione dall’odio”.

Come se ne esce? Le vie possibili sono due: la prima, tendenzialmente intrapresa in Europa, alla luce dell’orientamento della giurisprudenza comunitaria, bilancia la libertà di espressione, restringendola per reprimere l’hate speech. L’altra, essenzialmente nordamericana, si basa sulla prevalenza assoluta del diritto di parola su qualunque altro diritto o interesse e punisce l’incitamento alla violenza solo quando si qualifichi come istigazione, cioè qualora, per citare le parole della Corte Suprema statunitense, sfoci in un “clear and present danger”.

La prima soluzione presta il fianco a diverse criticità. Innanzitutto, la repressione legale è lo strumento tradizionalmente utilizzato dai regimi autoritari per tacitare il dissenso o restringere la libertà religiosa e politica. Da un punto di vista giuridico, poi, rileva Ziccardi, “gli standard interpretativi applicabili nell’ambito dell’hate speech sono quasi sempre confliggenti e impossibili da conciliare con il fondamentale principio di certezza del diritto”: la nozione della Convenzione internazionale per i diritti civili e politici, ma anche la fonte comunitaria contro il discorso d’odio (la raccomandazione UE 20/1997), danno infatti ampio spazio alla discrezionalità dell’interprete, lasciando aperta la fattispecie. Infine, bisogna ancora dimostrare concretamente “un collegamento diretto tra simili divieti e l’avvento della pace sociale”.

Non è facile trovare un equilibrio sul tema e, per evitare di limitare altri diritti, sembrerebbe opportuno l’approccio di chi ritiene di dover lasciare completamente libera l’espressione, anche quando sia veicolo d’odio.

In controtendenza con l’orientamento nordamericano, Ziccardi segnala però l’opinione di Jeremy Waldron, che cerca di riportare l’attenzione del discorso sulle vittime: in gioco, in tema di hate speech, sta la dignità di singoli individui quando non di interi gruppi etnici o religiosi.

La soluzione proposta da Ziccardi, sul punto, investe l’impegno individuale nella gestione dei social media e dei rapporti individuali anche al di là della realtà virtuale: ognuno ha “dovere di controparola”, cioè di confutare e stigmatizzare il discorso d’odio, difendendo le vittime e introducendo nel flusso di hate speech elementi di confronto e apertura. All’energia di chi diffonde odio, insomma, è necessario contrapporre la pazienza della verità.