Secondo Francesco Specchia, critico televisivo di Libero e ospite del panel Pop Economy: la grande crisi dal piccolo schermo, il mondo dell’economia è stato storicamente trattato dalla televisione italiana in maniera non dissimile dal tabù nostrano per antonomasia: il sesso.

Quest’ultimo è riuscito a emergere dall’oblio catodico soltanto sull’onda libertina del ’68, diventando dominante nel ventennio Berlusconiano, in cui il mix letale tra socialismo rampante e televisione commerciale è stato capace di generare mostri televisivi indimenticabili, nel bene e nel male. Il sesso in tv, sotto forma di allusione, di ostensione di coscia, o di riferimento esplicito, ha trovato i suoi templi in Drive In e Colpo Grosso, le sue vestali in un’insieme confuso di meteore e personaggi di culto: su tutti, Moana Pozzi. Sarà poi il Partito Radicale di Pannella ad ufficializzare il definitivo trionfo del sesso all’interno del dibattito pubblico, con l’ascesa politico-televisiva di Ilona Staller e del suo manager-compagno Riccardo Schicchi.

Al contrario, per una serie di motivi, politici, ma anche bassamente fisiologici, l’economia non è riuscita a raggiungere una simile emancipazione televisiva, rimanendo, come ricorda Specchia, “serva sciocca” nel racconto popolare nazionale.

Il primo a provare a raccontare l’economia sulla televisione generalista è stato Alan Friedman su Rai3 nel 1995 con Money Line e, in seguito, Maastricht-Italia, con Giovanni Minoli e Myrta Merlino. In parallelo, sull’onda della finanza rampante, approdano in Italia le tv tematiche, come Bloomberg, che vogliono proporsi come garanti di un’informazione super-partes, ma che, per natura, non possono ricoprire un ruolo generalista al di là dei consigli di investimento. Paradossalmente, i tentativi più ambiziosi di fornire racconto economico di ampio respiro si rivelano spesso dei flop: emblematico è l’insuccesso di Se una farfalla batte le ali, presentato da Giuliano Amato su Rai3 nel 2012. Insuccesso che diventa ancora più rumoroso se, oltre a considerare il peso politico del conduttore, si pensa che, in contemporanea alla rubrica del Dottor Sottile, i principali quotidiani e telegiornali aprivano quasi ogni giorno con titoli di carattere economico-finanziario. Il problema, secondo Giovanni Iozzia, è che l’informazione economica televisiva dagli anni ’80 in poi si è ridotta ad essere semplice servizio al risparmiatore, consulente finanziario per il personal business, proprio mentre i principali quotidiani si dedicavano al racconto delle “scalate” più celebri (RCS, Antonveneta) e, in seguito, al racconto della crisi.

Al giorno d’oggi, pur non esistendo in Italia un corrispettivo economico di Buona Domenica, gli anni dello spread e della crisi perenne hanno avuto delle ripercussioni sui palinsesti televisivi italiana, proprio come gli anni rampanti del Craxismo portarono nelle case degli italiani i famigerati “nani e ballerine”.

In primis, un’attenzione morbosa alle “telesfighe”, secondo la definizione di Corrado Formigli: i suicidi degli imprenditori, le difficoltà delle famiglie, la povertà dilagante sbattute in prime-time per generare un duplice effetto, di empatia e sollievo. Di contraltare, emergono le success stories: il racconto dell’imprenditore “che ce la sta facendo, nonostante tutto” (leggi, Farinetti), l’elogio acritico delle start-up più bizzarre o legate alla cronaca (leggi, Uber), secondo una mentalità che, privilegiando la ricerca della cronaca all’analisi economica, non ci permette, secondo Iozzia, di conoscere a fondo alcune importanti realtà italiane.

In parallelo, è nata una nuova figura televisiva: l’economista come “pop star della televisione” (Formigli). Arroccati sulle proprie posizioni, diffidenti del medium e della retorica politica, sono le fiere perfette da esporre all’interno del circo dei talk-show, capaci di emergere, credibili e oggettivi, dalla melassa del bipolarismo. È proprio per questo ruolo di terzietà, non dissimile a quello del giornalista, che gli economisti, secondo Formigli, devono assolutamente resistere alle sirene del potere politico. Zingales, Boldrin, Boeri, Giavazzi, Perotti,Taddei, Monti sono solo alcuni dei più influenti economisti italiani che sono stati coinvolti in attività governative, che hanno fondato partiti o si sono candidati in prima persona, in quella che Formigli giudica come una grande perdita per la qualità del dibattito pubblico. L’economista, infatti, “sfugge alle regole della tv”, ed è probabilmente l’unico attore del teatro televisivo a cui si perdona lo scarso appeal in favore dell’autorevolezza e dell’indipendenza dal Governo. Con l’ingresso dell’economista in politica, si afferma anche in questo settore la figura dell’intellettuale “da combattimento”, conformista e prevedibile in modo tale da inserirsi nel bipolarismo forzato dei talk-show.

Lottizzazione politica, sovraesposizione mediatica, e, in parallelo, crisi economica, con il cambiamento di paradigmi che ha comportato, hanno portato ad un dibattito profondo all’interno della comunità economica. Come nota il giornalista Mario Seminerio, si è finalmente rotto il mito dell’economia come scienza naturale, in particolar modo a seguito di alcune celebri defaillance degli economisti più “fedeli alla linea” dei propri modelli teorici. Con il crollo dei dogmi inattaccabili, delle “leggi di gravità” economiche, diventa sempre più difficile garantire la terzietà dell’esperto nella “cultura del dubbio” delle scienze sociali e, contemporaneamente, la sua capacità di rispondere alla richiesta di risposte assolute che la televisione richiede. Sì, è decisamente complicato essere allo stesso tempo pars destruens, tentare di smantellare le politiche del governo pezzo per pezzo, e construens, culturalmente umile e costruttiva, soprattutto ai tempi della rapidità politica ad ogni costo. Quella perpetrata da Renzi, in particolar modo, è, secondo Seminerio, una vera e propria “tortura dei dati economici”, ripetuti fino allo sfinimento sui social nei momenti di picco, desaparecidos in quelli bui, in barba alle più basilari nozioni di ciclicità economica.

Le responsabilità degli economisti, e della sua sovraesposizione mediatica, assumono un ruolo ancora più importante quando in ballo c’è il destino di una nazione, nella fattispecie, la Grecia, e non più la semplice gestione del leggendario tesoretto, mitizzato ormai ai livelli dell’Arca dell’Alleanza. Il Bruce Willis ellenico, Varoufakis, contro la Cancelliera Palpatine-Merkel: una semplificazione mediatica che di certo non è il viatico per un’opinione pubblica informata e consapevole. Tonia Mastrobuoni, corrispondente da Berlino de La Stampa, ritiene che lo scontro in atto dipenda molto dalla concezione economica endemica della Germania: la coincidenza di debito e colpa (Schuld) e, di riflesso, la frugalità dei costumi (e, conseguentemente, dell’import) nonché la ricerca di un amministratore che sia “una brava casalinga che tiene a posto i conti”. Parallelamente, all’interno di Syriza esiste un’ampia corrente a favore dell’uscita dall’Euro: è questa la frangia che, secondo Seminerio, impedisce la formazione di richieste chiare da parte del governo greco, che ha ormai abbandonato la ricerca di un accordo sulla ristrutturazione del debito nell’ottica di un accecamento ideologico uguale e contrario a quello dell’austerity dominante in Europa.

Se a questo aggiungiamo il profondo cambiamento in atto all’interno dei media stessi, con il progressivo affermarsi di un giornalismo online dall’etica professionale a dir poco discutibile, l’ingresso di nuovi concessionarie pubblicitarie, Amazon e Google, ed una nuova tendenza dei politici a disintermediare il messaggio tra sé e gli elettori, la situazione si fa ancora più intricata. La frammentazione dei canali, che sta rendendo pressoché ininfluenti i dati di audience, fornisce un’importante occasione per la nascita di programmi di nicchia e format innovativi, come il mockumentary di Piazzapulita sull’uscita dall’Euro o il canale televisivo Reteconomy, diretto da Iozzia.

Parafrasando lo stesso Iozzia, “la televisione non è il televisore”: questo cambiamento nelle modalità di fruizione delle notizie potrebbe sdoganare definitivamente l’economia in tv, proprio come fecero trent’anni fa le televisioni private con Umberto Smaila e le Ragazze Cin Cin.