“Il rimpianto più grosso? Non aver protetto abbastanza Edward. Ricordo che più di qualche media in quei giorni chiese: il Guardian cosa farà per difendere Snowden? Ma nessuno sapeva come comportarsi, un giornale non aveva mai dovuto fare nulla di simile”.  A quasi tre anni di distanza da quei giorni trascorsi a Hong Kong assieme a Laura Poitras e Glenn Greenwald, Ewen MacAskill  prova a trasmettere una via maestra da seguire per il giornalismo investigativo del futuro. Con lui Emily Bell, direttrice del Tow Center for Digital Journalism, Stefania Maurizi, collaboratrice dell’Espresso, Marcel Rosenbach di Der Spiegel e Charlie Beckett, direttore di Polis. Tutti protagonisti delle grandi inchieste legate ai metadati di questi ultimi anni.

Mentre i contenuti dei Panama Papers tornano a scuotere l’opinione pubblica, i lati oscuri del “mondo digitale” tornano di moda: in che modo vengono utilizzati i nostri dati sensibili? Che fine fa la nostra libertà quando condividiamo un contenuto in rete? E la nostra privacy?

“Le intelligence mondiali hanno poteri di controllo troppo elevati. Non siamo mai stati così tanto soggetti alla sorveglianza di massa” spiega MacAskill. Gli fa eco Stefania Maurizi: “Sono riusciti a trasformare la sorveglianza in divertimento. Nemmeno ci accorgiamo del controllo, perché mentre avviene noi stiamo ridendo”. Come? Postando foto su Facebook e Instagram, scrivendo in chat ai nostri amici, condividendo tweet sui nostri interessi. Rosenbach non perde l’occasione di sottolineare: “Dopo gli ultimi attentati terroristici la situazione sta pure peggiorando. Ma anche chiedendo più sicurezza, risolviamo davvero il problema?”

Cosa possono insegnarci queste grandi inchieste? In che modo hanno modificato il nostro mestiere? Ecco le keyword del giornalismo del futuro: più attenzione a tecnica, collaborazione e partecipazione, spiegazione della complessità, protezione dei whistleblower.

L’inchiesta dei Panama Papers è un esempio che calza a pennello: oltre 400 giornalisti di più di 100 testate hanno lavorato assieme per 6 mesi, riuscendo a non far trapelare nulla fino a poche ore dalla pubblicazione. Come ci sono riusciti? Crittografando alla perfezione i loro dati, collaborando per riuscire a capire le informazioni più difficili, traducendo il tutto in contenuti semplici, adatti a un pubblico di massa.

Sicuramente molti giornalisti stanno imparando a difendere meglio le proprie fonti, rendendo più sicuro il loro operato. In un mondo dominato dalla tecnica, non si può più fare a meno di educarsi a questi temi. Un buon esempio in questa direzione può essere considerata la scuola tedesca, che ha introdotto nella sua formazione corsi ed esami di programmazione: “ma quello che è più importante è cercare di spiegare con narrazioni semplici e creative la complessità dei temi. Der Spiegel nel 2013 ha cercato di fare proprio questo: così siamo riusciti a creare un vero dibattito sulla sorveglianza”. “Non credo che la politica potrà risolvere questi problemi, l’unica cosa che possiamo fare è assumere consapevolezza su cosa comporta produrre e condividere metadati sensibili” afferma MacAskill.

I numeri che ha fatto registrare il sito del Guardian in questi giorni – circa 20 milioni di visualizzazioni –  dimostrano una volta di più che le persone hanno “voglia di essere informate su questi temi”. La grande sfida che si va configurando sembra questa: “Non essere servi del potere, portare alla luce ciò che i potenti vorrebbero nascondere”, spiega Charlie Beckett. E anche se i dati ci raccontano di un mondo dell’informazione sempre meno sostenibile, il giornalismo investigativo vive oggi la sua stagione più florida “Perché potenzialmente, con una semplice chiavetta Usb, tutti possiamo essere i prossimi Edward Snowden, Julian Assange, Chelsea Manning”.