di Roberta Covelli

La valigia è ancora aperta, ai piedi del letto. Le camicie sono già a lavare, ma tutto il resto – gli appunti degli incontri, i foglietti appallottolati in fretta prima di un’intervista, perfino i calzini di scorta,non utilizzati – sono ancora lì, come se svuotare il bagaglio di una settimana potesse farmi dimenticare quel che è stato.

Prima di partire ero molto tesa, quasi quanto ero indecisa sull’opportunità di inviare il curriculum come volontaria al Festival Internazionale del Giornalismo. Temevo di non essere abbastanza interessata: ho ventidue anni ma ancora non ho capito che cosa voglio fare da grande. Anni fa ero convinta di voler fare la giornalista, ora lo sono un po’ meno. Però continuo a illudermi che sia utile cercare di strappare al Ministro Orlando l’impegno a trattare il tema delle querele temerarie anche se lui non ha desiderio di parlarne, o che sia giusto avanzare qualche dubbio sulla effettiva libertà delle scelte economiche degli ultimi governi di fronte all’ex Presidente del Consiglio Mario Monti.

Non volevo propormi per questa esperienza anche perché non mi sentivo all’altezza. Una ragazza con una telecamera, qualche trascurabile esperienza alle spalle e una marea di dubbi e domande. A ripensarci ora, a quell’ansia da prestazione, a quelle paure irrazionali, viene quasi da sorridere. Perché se c’è qualcosa che è evidente del Festival è che il badge definisce ‘volontario’ chi lo indossa non per scherzo: nessuno mi obbligherà mai a seguire un evento che non mi piace, nessuno mi imporrà alcunché, nessuno pretenderà da me più di quanto non mi sia possibile. È un equilibrio tra pressione e libertà, il regno della responsabilità personale. Scelgo io che cosa seguire, come seguirlo, che domande porre e in che modo montare i video. Eppure, nello stesso tempo, mi devo organizzare e coordinare con gli altri e devo dare il massimo, perché sono parte di una comunità.

Forse è per questo che è tanto difficile descriverlo, tanto che fino all’ultimo sono in dubbio se definire pubblicabile o meno questo mio scritto: perché il Festival è stato come camminare su un filo, volare alto senza timore di cadere. Ed è difficile spiegare al meglio la sensazione che si prova. Ho dormito ogni notte poco più di tre ore, tra serate al Birraio o in piazza a giocare a Un, due, tre stella con perfetti sconosciuti, eppure mi sono sempre alzata senza sforzo presto, al mattino, solcando corso Vannucci con il computer a tracolla, con il vento perugino sul viso, verso la sala stampa: è qualcosa che accade solo quando si vive davvero. Perché il riposo serve, il caffè pure, ma è l’entusiasmo che ci tiene svegli. E a Perugia se ne respirava a pieni polmoni. Sarà per questo che lunedì me ne sono andata da Piazza Italia con gli occhiali da sole, anche se il sole non era poi così accecante.