Come è possibile raccontare la nascita di un regime autoritario? Come può proseguire il racconto dei fatti se, in quel regime che si va consolidando, il diritto e la libertà di informazione vengono meno? E da quali elementi devono stare in guardia i media dei paesi ancora liberi per combattere forme emergenti di autoritarismo?

Queste le domande che hanno sviluppato la discussione del panel Raccontare come nasce un regime autoritario tenutosi giovedì 6 aprile in Sala del Dottorato tra grandi nomi del giornalismo internazionale quali Alexa Koenig, direttrice esecutiva di Human Rights Center e docente alla University of California Berkeley Law School, Yavuz Baydar, cofondatore di  P24 – Platform for Independent JournalismTamás Bodoky fondatore e direttore di Atlatszo.hu e John Nery, condirettore ed editorialista del quotidiano filippino Inquirer.

Usa

La prima voce del dibattito è quella di Alexa Koening che introduce la situazione dei media nel contesto statunitense in cui si sta palesando con forza l’autoritarismo trumpiano.

Koening si dimostra ancora incredula del fatto che un paese come gli USA sia annoverato all’interno di una panoramica dei regimi autoritari contemporanei. Ma effettivamente – nota Koening – “sin dalla data di insediamento alla Casa Bianca di Donald Trump nella maggior parte delle azioni da lui intraprese sono stati osservati schemi di comportamento che danno adito a forti preoccupazioni e che prefigurano uno scenario molto negativo, del resto già preannunciate in campagna elettorale”.

Uno dei fattori da non sottovalutare, sempre secondo Koening è che un tiranno ha sempre dei sostenitori. Da qui la necessità, nella fase embrionale di un regime autoritario, di prestare attenzione non solo al singolo soggetto, ma agli individui che aiutano questo regime a svilupparsi e a crescere, perché per ottenere un tale grado di potere è necessario mobilitare un gran numero di attori.

Un elemento d’allarme che Koening mette in risalto per definire la politica dell’amministrazione Trump come una forma di autoritarismo è un pluralismo politico limitato basato sulla teoria del ramo esecutivo unitario ripresa da Bush dopo l’11 settembre 2001. L’idea è che “il ramo esecutivo avrà poteri più estesi in tempo di crisi, in favore del presidente”, spiega Koening. La definizione del potere esecutivo in maniera informale consente al presidente e al governo di prendere iniziative autoritarie. Si tratta di una forma di legittimità fondata sull’emotività, e che fa leva principalmente sul sentimento di paura che dall’11 settembre aleggia tra la popolazione promuovendo una retorica ideologica fondata sul rischio di terrorismo da immigrazione e sulla soppressione degli oppositori politici. Va da sé che screditare la voce dei media è uno degli obiettivi fondamentali di una politica di questo tipo.

Turchia

Emblema della situazione politica che sta vivendo, invece, la Turchia sotto il governo di Recep Tayyip Erdogan è Yavuz Baydar, giornalista turco che oggi è costretto a vivere in esilio. Baydar presenta il contesto del suo paese come tragico e drammatico per tutti i media e i giornalisti. In Turchia, infatti, oggi non esiste più il diritto a informare ed essere informati: sia i giornalisti che la popolazione vivono una forte violazione dei diritti umani, una lesione della libertà pubblica e privata. “Circa 9000 giornalisti turchi vivono in condizioni gravissime: lavorano come schiavi, vengono arrestati oppure licenziati e lasciati senza reddito”, riporta Baydar.

Baydar, in merito al referendum costituzionale che il prossimo 16 aprile chiamerà i turchi a votare sul passaggio dalla democrazia parlamentare al presidenzialismo, si dimostra pessimista e afferma: “Il referendum del 16 aprile è storico e rappresenta uno spartiacque fondamentale che definirà l’identità, il percorso esistenziale, della Turchia. Ma la conseguenza, a prescindere dal risultato, sarà un crisi profonda”.

Una domanda tutt’ora aperta che Baydar pone è se Erdogan avesse già deciso di creare un regime autoritario non appena preso il potere. Ma la sua personale interpretazione è che l’autoritarismo turco, nella sua fase emergente, non si sia servito della costruzione “di un’ideologia fredda, premeditata, di tipo nazista”, bensì che Erdogan si sia fatto guidare dagli obblighi derivanti dai suoi legami familiari.

Baydar mette in evidenza come l’AKP (Partito per la Giustizia e lo Sviluppo) sia cresciuto promettendo riforme e una supremazia civile rispetto alla tutela militare che esisteva da decenni. E termina enumerando gli elementi che hanno fatto strada al regime autoritario: il crescente controllo delle istituzioni, l’uso della religione nella retorica politica e il dominio costante e continuo di una maggioranza silenziosa.

Ungheria

A raccontare la nascita del regime autoritario in Ungheria sotto il governo di Viktor Orbán c’è Tamás Bodoky, giornalista d’inchiesta ungherese, secondo il quale “una delle caratteristiche dei regimi autoritari è la soppressione del giornalismo investigativo”. Questo fenomeno in Ungheria si è verificato dopo il 2010.

Negli anni precedenti il governo aveva puntato su una strategia diversa che prevedeva la corruzione dei giornalisti, ma a partire dal 2010 l’approccio del governo verso i media è cambiato e si è stabilito che gli unici canali di informazione validi fossero quelli potenzialmente controllabili.

Così, prosegue Bodoky, “in Ungheria il governo ha invaso il servizio pubblico che aveva una certa indipendenza” al punto che oggi, in riferimento ai media, è corretto parlare di “media di stato”. Il governo sta sistematicamente rilevando società di media utilizzando il denaro dei contribuenti e l’aiuto di grandi imprenditori a lui favorevoli. “Hanno rilevato la più grande testata online dello stato, chiuso il principale quotidiano di opposizione e sta utilizzando campagne denigratorie verso qualsiasi media di opposizione”, racconta Bodoky, aggiungendo inoltre che è stata anche varata una legge per chiudere la migliore Università ungherese.

Altra misura intrapresa in Ungheria riguarda la propaganda, cui sono dedicate grandi spese. Noti a tutti ormai sono gli enormi cartelloni pubblicitari che dipingono i migranti come terroristi o ladri di lavoro. L’obiettivo è la costruzione strumentale dell’odio verso l’immigrato finalizzata alla creazione, pedissequa e costante, della demonizzazione del nemico e dell’estraneo.

Filippine

È John Nery a parlare delle minacce allo stato di diritto nelle Filippine, mostrando alcune foto di cadaveri che lui stesso ha scattato per le strade di Manila. Qui gli omicidi di massa per la guerra alla droga messa in atto dal presidente Duterte hanno dato segnali allarmanti che preannunciano la nascita di un regime autoritario.

Il giornale di Nery, l’Inquirer, tiene l’elenco aggiornato degli omicidi: più di 7.000 le vittime delle uccisioni registrate fin’ora, tra cui bambini di 4 anni, il che dimostra che l’intento ultimo del presidente Duterte va oltre la volontà di debellare il traffico degli stupefacenti.

Nery sostiene che la popolarità del presidente Duterte abbia ancora qualche limite e che non sia così profonda come si possa pensare. Ma, nonostante egli rilasci ancora delle interviste ai giornalisti – e in una di queste abbia anche dichiarato che al ruolo di presidente preferisce quello di sindaco -, secondo Nery nell’agosto 2015 ha lanciato alcuni segnali che mostrano la sua intenzione di allargare la sua autorità ed essere più potente di un presidente.

Il problema della proprietà dei media

Il tema della lotta ai regimi autoritari da parte della stampa porta con sé il problema della titolarità dei media. Dal confronto tra i giornalisti emerge l’importanza di avere e mantenere una differenziazione. La possibilità di contrastare l’autoritarismo politico “non dipende dai giornalisti ma dalla titolarità dei media” afferma Tamás Bodoky.

Secondo Yavus Baydar, in quei paesi in cui le notizie si apprendono principalmente dalla TV, questa diventa uno strumento potente di autoritarismo. Per cui un consiglio che il giornalista turco vuole offrire ai media occidentali liberi e indipendenti è quello di rendere più forte l’emittenza pubblica e di mantenerla il più indipendente possibile dai governi, perché può avere il ruolo di una seconda giurisprudenza. E aggiunge: “Bisogna essere rigidi sulla diversità della titolarità dei media, perché altrimenti si scatenerà una reazione a catena e la censura può diventare una vera e propria cultura”.

L’incontro si è concluso con una raccomandazione di Alexa Koenig verso tutti i giornalisti americani e non solo, soprattutto di fronte al tentativo dell’attuale governo americano di mostrare un’apparente normalità: “Trump sta usando molti mezzi per distrarre i media. Non dobbiamo permetterci di distrarci. Dovremmo, inoltre, prestare molta attenzione alle minoranze e utilizzare i media anche per scrivere e diffondere il più possibile il contenuto di alcune leggi anticostituzionali, spiegare bene quando una decisione non è legittima”.