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Riportare da zone di conflitto e di crisi può mettere in serio pericolo la salute mentale dei giornalisti, i quali, nella maggior parte dei casi, non ricevono un training adeguato per affrontare situazioni che potrebbero rivelarsi traumatiche. Durante il panel “Reporting da aree di crisi: traumi psicologici, resilienza e prevenzione”, tenutosi venerdì 8 aprile al Palazzo Sorbello di Perugia, gli speaker hanno cercato di far luce su un aspetto del giornalismo che troppo spesso viene considerato marginale dagli editori e dagli stessi giornalisti.

Laura Silvia Battaglia, giornalista professionista freelance e documentarista, ha moderato gli interventi degli speaker presenti: Andy Carvin (direttore di Reported.ly), Salam Khoder (direttrice di Flair Media Consultancy), Layth Mushtaq (fondatore ed executive manager Flair Media Consultancy) e Gavin Rees (direttore di Dart Centre Europe). Il Dart Centre, un’organizzazione internazionale creata dalla Scuola di Giornalismo della Columbia University, si pone come obbiettivo quello di promuovere e diffondere linee guida su come riportare correttamente notizie da aree di crisi, su come condurre interviste con le vittime ma anche come proteggersi dai traumi a cui è facile andare in contro. “Se ignorati, i traumi si trasformano in autocensura” afferma Rees, direttore della sezione Europea del Dart Centre. Lo shock può essere talmente grande che il giornalista non riesce più a esprimere ciò che ha vissuto e di conseguenza influenza negativamente la sua produttività giornalistica.

Per aiutare i giornalisti su questo fronte, il Dart Centre organizza incontri tra giornalisti, esperti di salute mentale e medici specializzati in traumi psicologici, in cui si discute su come affrontare, ma anche prevenire le reazioni da DPTS – disturbo post traumatico da stress. Spesso le stesse organizzazioni giornalistiche ignorano la necessità di fornire supporto psicologico al proprio staff per cui i giornalisti affetti da questo tipo di trauma tendono a non condividere la propria situazione e, per contro, si isolano e si addossano le colpe di quel che sta capitando loro.

“I giornalisti sono incredibilmente resistenti” continua Rees. Sono esposti a stress quotidiano, ricevono critiche continue e affrontano scadenze strettissime; e più si ambisce alla perfezione del proprio lavoro, più si è vulnerabili ed esposti al rischio di stress. I membri del Dart Centre incoraggiano i giornalisti a fronteggiare i traumi con l’aiuto dei colleghi, a parlare del proprio problema, imparare a prendersi cura di se stessi e non addossarsi le colpe.

Il trauma non si presenta necessariamente durante o dopo aver vissuto in prima persona situazioni di violenza. “Si può restare traumatizzati stando seduti su una sedia, ascoltando le esperienze vissute da un’altra persona”, spiega ancora Rees. È ciò che è successo ad Andy Carvin, che ha sempre avuto un interesse particolare per i social media, che permettono di rapportarsi direttamente agli utenti e accedere agli eventi in tempo reale. Alla fine del 2010 iniziò a coprire le prime agitazioni in Egitto e Tunisia da cui sarebbe poi sbocciata la Primavera Araba. Carvin passava in media quindici ore al giorno, sette giorni su sette, a spulciare i tweet inviati dalle aree in cui ribollivano le proteste.  All’inizio era appassionante, finchè non iniziarono ad apparire video in cui le persone venivano uccise, ogni giorno in numero sempre maggiore. “Alla fine della giornata mi son ritrovato con le mani che tremavano”, ricorda Carvin.

Quandò capì che l’esposizione continua a video e immagini contenenti violenza esplicita avevano un impatto negativo sulla sua salute, Carvin iniziò a parlarne con i propri superiori, i quali si mostrarono perplessi di fronte al fatto che i contenuti dei social media potessero realmente avere un effetto reale sul giornalista. In realtà, gli aggiornamenti del newsfeed Twitter di Carvin erano inversamente proporzionali all’aumento dei video violenti: da centinaia di tweet al giorno del primo periodo, si passò gradualmente a qualche decina per poi ridursi a qualche tweet sporadico nell’ultimo periodo. Dopo aver portato a termine la propria missione, Carvin decise di prendersi una pausa da ciò che gli stava procurando un profondo trauma, intaccando addirittura le sue abitudini alimentari. Per lo staff di Reported.ly, lanciato da Carvin dopo aver superato il trauma, la comunicazione nell’ambiente lavorativo è essenziale; i colleghi si supportano a vicenda e, ogni qualvolta sia necessario, si prendono una pausa.

Salam Khoder, libanese con esperienza di reporting in Afghanistan ed Iraq, lamenta un totale disinteresse per l’aspetto psicologico dei giornalisti nel Medio Oriente. “Prima che capitasse a uno dei miei tutor non ero cosciente del fatto che potessimo soffrire di shock post traumatici”, racconta la giornalista. I giornalisti hanno a che fare con episodi profondamente gravi – fa l’esempio di un bombardamento ad Aleppo che uccise diversi bambini che facevano la fila davanti a una panetteria – che però non sempre vengono compresi. I traumi vengono spesso scambiati dagli stessi colleghi giornalisti per pigrizia, debolezza, o paura. Khoder attribuisce un ruolo essenziale alla sicurezza e al supporto, anche a distanza, tra i membri della redazione. A Flair, sottolinea Khoder, si cerca di stare continuamente in contatto con i giornalisti che riportano da zone pericolose, li si ascolta ogni qualvolta abbiano bisogno di parlare o semplicemente di sfogarsi.

Capita frequentemente che i reporter si propongano spontaneamente per riportare da aree di conflitto. “Pensi che andare in zone di guerra sia come andare a fare un picnic?”, chiede loro Layth Mushtaq, che ha lavorato come cameraman per Al Jazeera e ha visto la violenza più nera con i propri occhi. Quando si trovava a Fallujah, Iraq, nel 2004, per Mushtaq vedere donne, uomini e bambini morire davanti ai propri occhi era all’ordine del giorno. “Immaginate di entrare con la telecamera all’ospedale, trovare un madre disperata che chiede a te, un cameraman, un giornalista dove siano i suoi figli. E tu sai che nella stanza a fianco c’è una montagna di corpi. Cosa puoi dire a questa madre? La verità, che i suoi figli sono stati uccisi?”. I giornalisti non ricevono istruzioni per comportarsi in situazioni del genere. Quando chiude gli occhi, Mushtaq vede ancora le vittime che ha incontrato durante il suo percorso, lo chiamano per nome, lo seguono costantemente, chiedono il suo aiuto.

Laura Silvia Battaglia spiega che il 90% dei giornalisti che subiscono traumi non ne parlano e non ricevono alcun tipo di supporto psicologico. Per questo motivo, lo scorso ottobre, insieme all’Imck (Independent Media Center in Kurdistan), ha organizzato un training di cinque giorni in tre città irachene, Basrah, Karbalaa e Baghdad. Queste sessioni includevano istruzioni su come riportare da zone di conflitto, un corso di primo soccorso e uno per creare consapevolezza sul disturbo post traumatico da stress.