Dopo la svolta autoritaria del governo di Erdogan, in Turchia la situazione è rapidamente precipitata e i risultati sono la chiusura di oltre 200 agenzie media, licenziamenti di massa e centinaia di giornalisti turchi finiti in carcere senza processo e senza aver compiuto un preciso reato.
Il panel “Turchia: attacco ai giornalisti” ha raccolto diverse testimonianze sullo stato di allarme che i giornalisti turchi stanno vivendo. A partire dal moderatore Yavuz Baydar, giornalista turco in esilio, cofondatore di P24 – Platform for Independent Journalism, che ha aperto la discussione sostenendo che il referendum costituzionale del 16 aprile mostrerà una decisione storica per il popolo turco, con conseguenze tragiche a prescindere dal risultato. “Ci troviamo nella fase finale di un conto alla rovescia per il giornalismo e la democrazia in Turchia”, evidenzia Baydar. Le azioni del governo dopo il golpe del luglio 2016 e il referendum non sono altro, secondo Baydar, che la velocizzazione di un processo storico che si sta trascinando da anni in maniera lenta e che ora è letteralmente esploso. In questo contesto, si sta assistendo a uno screditamento crudele e drammatico dei giornalisti.

Uno “tzunami autoritario” lo definisce Baydar. “In Turchia lo stato di diritto è stato annullato”, afferma. Di tutti i giornalisti del mondo che si trovano in carcere ad oggi circa il 62% sono turchi: un dato spaventoso, “il più alto numero mai registrato nella storia da quando è nato il giornalismo”. Inoltre, il 95% dei media turchi sono direttamente o indirettamente controllati dal governo. Più o meno come avviene in Azerbaijan o in Asia centrale, per farci un’idea.

Turchia, un grande limbo per i giornalisti

Spiega bene la situazione turca anche Gülsin Harman, coordinatore nazionale dell’International Press Institute‘s (IPI) digital project On the Line.

Per Harman non bisogna parlare di un “buco nero” per descrivere la condizione di privazione dei diritti dei giornalisti in Turchia – come recita il titolo inglese del panel – bensì di un “grande limbo”. E porta l’esempio del giornalista Kadri Gürsel, critico della politica del governo, che è in galera da oltre 150 giorni anche se l’accusa per lui stata pubblicata solo pochi giorni fa. Per lui la prigione è come un limbo, perché il suo è un caso puramente politico e il suo rilascio dipende dai risvolti politici del paese, come lui stesso ha fatto sapere con un messaggio lasciato alla moglie per il New York Times: “sono tenuto ostaggio in vista del referendum presidenziale”.

Lo stato di emergenza dichiarato dopo il golpe del 2016 ha sospeso lo stato di diritto in Turchia e non si sa più cosa sia un reato. “Fare un commento critico sui social media o condividere le informazioni è reato? Partecipare a questo dibattito è un reato?”, si chiede Harman, e continua: “Forse mi accuseranno di aver rovinato l’immagine della Turchia all’estero”.

Per Harman, 5 sono gli status in cui attualmente rientrano i giornalisti in Turchia: in prigione – sono circa 150 giornalisti nelle prigioni turche; disoccupato – dopo il colpo di stato circa 2500 giornalisti turchi hanno perso il lavoro; soggetti all’auto-censura – e “questa è la maniera più sinistra, l’arma più potente contro i giornalisti”, commenta Harman; giornalista turco che lavora per un giornale straniero – ma vieni perseguitato online dai troll; giornalista che lavora per un giornale indipendente, ma deve stare in guardia per non rientrare in uno dei quattro status precedenti.

La deriva autoritaria della democrazia turca non è una sorpresa. Secondo Harman, “La Turchia non era un paradiso democratico prima di Erdogan”, il quale avrebbe costruito il suo consenso strumentalizzando le falle già esistenti nel sistema con una propaganda che va avanti da diversi anni. Harman conclude con un consiglio per i giornalisti di tutto il mondo che conservano ancora la loro libertà: “Non permettete che i governi normalizzino le situazioni. Obiettate sin dall’inizio cosa non è accettabile, cos’è illegale e incostituzionale. Dite sempre che il giornalismo è fatto per il bene pubblico”, perché quando il giornalismo viene imprigionato non si lede solo il diritto d’espressione, ma anche il diritto all’informazione di ogni cittadino. “Il giornalismo non è per il giornalismo, ma per la popolazione”.

La Turchia oggi per i reporter stranieri

Un’altra importante testimonianza è quella di Marta Ottaviani, corrispondente de La Stampa. In Turchia sin dal 2003, Ottaviani ha seguito l’ascesa politica di Erdogan e il deteriorarsi della democrazia.

“In realtà non è mai stato facile essere giornalisti e corrispondenti in Turchia, ma fino al 2013 non avevamo paura. È dal il 2013 che abbiamo iniziato ad avere paura”, ammette Ottaviani, soprattutto dopo il mancato colpo di stato del luglio 2016. Tra i problemi dei giornalisti stranieri in Turchia, il primo è il rapporto con le autorità. Ottaviani porta l’esempio del caso di Deniz Yucel, giornalista turco-tedesco del quotidiano Die Welt, in prigione da circa 1 mese e mezzo e di come Erdogan abbia dichiarato di essere molto felice per il suo arresto. Ottaviani evidenzia che la maggior parte dei giornalisti che si trovano in prigione non sono accusati di reati legati alla loro professione bensì di terrorismo o di propaganda terroristica. Altro problema è quello dell’ingresso nel paese, ormai incerto per tutti gli inviati: “anche io, realisticamente parlando, non posso essere sicura di riuscire a entrare in Turchia la prossima volta”.

Ottaviani racconta poi di molti casi di reporter esteri che sono stati fermati dalla polizia semplicemente perché stavano filmando per strada o del controllo della polizia sui loro telefoni, sugli account social e sui loro movimenti all’interno delle città turche. Ma il fenomeno più preoccupante, secondo Ottaviani, riguarda il pregiudizio dei turchi nei confronti dei giornalisti stranieri: “L’atteggiamento delle persone turche è cambiato e questo è il problema peggiore in assoluto. Perché se è il governo a cambiare rotta, questo è chiaramente grave, ma quando è l’atteggiamento delle persone a cambiare significa che sei in una dittatura ideologica”. Ottaviani racconta che molte persone sul web cercano di far passare l’idea che i reporter stranieri dicano il falso o addirittura di persone che chiamano la polizia se qualcuno di loro cerca di intervistarli. E aggiunge: “Quando parlo con le persone per strada noto la rabbia dei turchi contro l’Europa e l’Occidente in generale”, in perfetta linea con quello che secondo lei è l’obiettivo ultimo di Erdogan, ossia di generare una divisione e mettere i turchi contro l’Unione Europea, contro l’Occidente e contro gli occidentali in generale.

La censura su Twitter

C’è anche un’altra via che Erdogan utilizza per reprimere le voci critiche: la censura sui Social Media. A presentare questo aspetto della violazione del diritto d’espressione, al tavolo degli speaker c’è Efe Kerem Sozeri, giornalista e accademico turco, direttore di Dekadans.co e studioso dell’evoluzione della censura sui Social Media. Sozeri presenta un rapporto sulla censura su Twitter in Turchia, con un’analisi che va dal 2012 al 2016. Dai dati di 4 anni di censura, si rileva un numero sempre crescente di sospensioni di account Twitter, con un picco nell’ultimo anno: circa 530 account sono stati sospesi nel 2015 e più di 900 nel 2016 e il confronto dei dati relativi alla Turchia con il resto del mondo è impressionante.

Twitter si è rivelato un potente veicolo per la diffusione delle informazioni, soprattutto durante le proteste di Gezi Park. E, in seguito alla pubblicazione sul social network di alcune telefonate compromettenti del presidente Erdogan, nel 2014 il governo turco ha deciso di chiudere Twitter e di intensificare le operazioni di censura sui Social Media. In questi 3 anni di censura, “più di 2000 account bloccati sono stati sospesi, circa 9000 tweet sono stati censurati”.

Ma come riesce la Turchia a far crescere di anno in anno questi numeri, allargando e aggravando la censura? Sozeri spiega che uno dei mezzi del governo turco per bloccare gli accessi a internet è disturbare la connessione. Ma la censura vera e propria viene messa in atto attraverso ordinanze giuridiche, che si sono dimostrate “più efficaci quando l’obiettivo è rimuovere dei contenuti da Twitter”, sostiene Sozeri. È stato verificato che la Turchia inoltra ordinanze giuridiche a Twitter 15 volte in più rispetto al resto del mondo”, continua. Dopo il colpo di stato, Twitter ha ceduto alle richieste del governo, censurando diversi account certificati di quotidiani. Un account è certificato se Twitter ne ha verificato l’identità, per cui “Twitter sapeva che si trattava di giornalisti. Tutti devono sapere che sia Facebook che Twitter stanno cedendo” alle volontà di Erdogan, conclude Sozeri.

#FreeTurkeyMedia: la campagna di Amnesty International per la libertà dei media in Turchia

#FreeTurkeyMedia

Alla fine dell’incontro, Amnesty International ha presentato la campagna messa in atto per promuovere la libertà dei media turchi. Quindi, ha chiesto ai partecipanti di sollevare una foglio gialla con l’hashtag #FreeTurkeyMedia per diffondere il messaggio che i giornalisti di tutto il mondo stanno dalla parte dei giornalisti turchi.