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Sebbene sia nato ormai nel lontano 2005, il podcast sembrerebbe essere ritornato di moda da un anno a questa parte grazie al successo dello show investigativo Serial. Ma in dieci anni ne sono cambiate di cose, compreso il nome stesso che è passato da podcast a show audio, tape oppure ancora capitoli. Comunque lo si voglia chiamare, la più grande differenza di cui oggi siamo portatori è il tentativo – a volte riuscito alla grande, a volte un fallimento totale – di rendere l’audio online sostenibile dal punto di vista economico.

In Italia non tutti sanno esattamente che cosa significhi fare “podcasting”, perché si tratta di un argomento ancora in via di definizione, che si delinea per tentativi. Eppure, solo in questo momento su iTunes (uno dei canali di distribuzione) ci sono circa 250mila podcast in 100 diverse lingue, mentre negli Stati Uniti il numero arriva a 5mila podcast nuovi al mese. Per i non addetti ai lavori, il podcast è uno strumento di comunicazione esattamente come la carta stampata, il web, la televisione e molto altro ancora. Più esattamente si tratta di episodi audio o video di un determinato programma che vengono resi disponibili su internet, con un doppio vantaggio: per gli ascoltatori la possibilità di accedere gratuitamente a tantissimi contenuti da ogni parte del mondo, per chi li pubblica la possibilità di raggiungere un pubblico vastissimo.

“Di solito il podcast è considerato un mezzo di comunicazione per storie lunghe”, spiega Gaia Manco, giornalista multimediale freelance, speaker del panel “Podcast: nascita di un nuovo mezzo di comunicazione?”. Ma non è soltanto questo: è anche innovazione e sperimentazione, e un esempio ne è la radio fatta di news podcast (ossia notizie di cronaca provenienti da tutto il mondo) di Barbara Schiavulli e Alessia Cerantola, dal nome simbolico di Radio Bullets.

“Vengo dal passato, ovvero dal giornalismo come si faceva una volta – racconta Barbara Schiavulli, giornalista e scrittrice – però sono arrivata a un punto che non si poteva più fare così, perché i contenitori di prima, che erano giornali e riviste, non davano più lo spazio di raccontare le news. A un certo punto bisognava scavalcare”. Da qui l’idea di creare un entità virtuale formata da giornalisti di qualità che fanno giornalismo di altrettanta qualità, e che potrebbe essere la nuova frontiera del futuro. “Il giornalismo del passato non va dimenticato, e può essere utilizzato in queste nuove forme – prosegue Barbara – bisogna essere sul posto, raccontare storie, verificare, cosa che spesso non succede”. La redazione di Radio Bullets al momento non è retribuita: è composta da circa 30 giornalisti che ogni mattina si mettono in moto dalle 5.30 per leggere e fare la rassegna stampa delle principali notizie. E il nome “Bullets” deriva proprio da questo, ossia serve “a indicare la brevità delle notizie che diamo – commenta Alessia Cerantola, cofondatrice IRPI – e il tentativo di far capire in quei 10-15 minuti che cos’è successo in paesi anche molto lontani dal nostro”.

Tra i podcaster innovatori c’è anche chi ha sviluppato una start-up sull’argomento: “Io e il mio team abbiamo appena lanciato Tapewrite un paio di settimane fa, che è alla versione beta” racconta Borja Rojano, ceo tapewrite.it. E continua: “Crediamo che l’unico modo per far soldi su podcast è smetterli di chiamarli podcast”. Ed è per questo che è nata la nuova rete sociale in questione, dove si può pubblicare, scoprire e consumare radio direttamente dalla pagina web. “Il formato si chiama tape perché abbiamo uno strumento che ci consente di aggiungere extra”, ma secondo il fondatore la reale novità arriverà a giugno con un programma di monetizzazione, ossia con la possibilità concreta di guadagnare attraverso i propri contenuti audio.

Nel quadro generale, purtroppo, quello che emerge è quanto l’Italia sia indietro rispetto ai podcaster anglofoni e ai successi statunitensi (giusto qualche numero: negli USA circa 56 milioni di persone ascolta un episodio al mese, cifra che rappresenta comunque soltanto il 20% del totale di share). Lentamente si sta arrivando anche nel nostro paese a qualche successo, come con la piattaforma Spreaker che permette a chiunque in maniera facile di creare uno show audio.

“Sul nostro sito ci sono un insieme di podcast o contenuti audio, e in questo momento ospitiamo, creati su Spreaker, circa 125mila show con un certo numero di episodi – spiega Francesco Baschieri, fondatore e ceo Spreaker – e per darvi un idea di quante persone producano contenuti, sono circa 30mila persone uniche al mese che attivamente pubblicano degli episodi”. Il punto forte della piattaforma è la facilità con cui è possibile creare un contenuto audio, chiamato show perché permette a chiunque di fare podcast ma anche di creare contenuti live da integrare – come, per esempio, con telefonate o interviste al pubblico. Il podcast è simbolo di una società che sta cambiando: in treno non si trovano più persone con i giornali aperti, ma piuttosto con gli auricolari alle orecchie. Questo è il futuro: premere play sul proprio smartphone o tablet e ascoltare l’audio quando si vuole – cosa che non era così semplice nel 2005.

Concludendo, il podcast non è un nuovo mezzo di comunicazione ma potrebbe essere la nuova soluzione per il futuro della comunicazione: fatta da chiunque, dal grande al piccolo professionista di qualità; fatta con il cellulare o con le telecamere; fatta in garage così come in camera da letto oppure in uno studio professionale. In tre parole, il problema da superare è così sintetizzabile: qualità, monetizzazione, capacità di attrarre il pubblico.

Per adesso, in Italia, i podcast rimarranno dei messaggi in bottiglia spediti nel mare magnum di internet – in attesa di essere trovati, e di essere ascoltati.