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In Sala del Dottorato, in occasione del Festival Internazionale del Giornalismo, si è svolto un incontro dal titolo Where are you? con protagonista Massimo Sestini, fotogiornalista, e Marianna Aprile, giornalista di Oggi, in qualità di moderatrice.

Massimo Sestini è uno tra i più importanti fotografi del giornalismo italiano e uno dei pochi, come ha esordito Aprile, che non si accontenta mai di quello che fa.

Ne è la prova il suo ultimo progetto dal titolo Where are you?, nato a partire dalla sua foto vincitrice nel 2015 di uno dei più prestigiosi premi fotogiornalistici al mondo, il World Press Photo, nella categoria General News.

A introdurre il lavoro del fotografo un video che, come detto da Aprile, “spiega bene il mood con il quale il progetto nasce”.

Il video, realizzato e ideato da Rosalba Ferba e Gabriella Guido, dura qualche minuto e mostra una serie di scatti sul fenomeno migratorio che interessa le coste del nostro paese, realizzati da Sestini nel 2014, durante l’operazione Mare Nostrum, effettuata dalla fregata Bergamini della Marina Militare Italiana.

Ad accompagnare le immagini, si uniscono le parole della poesia scritta e recitata da Erri de Luca, “Acrobati di oggi” e le musiche composte da Giovanni Luisi.

Il tema è sembrato tanto più attuale alla luce dei recenti eventi di cronaca e in concomitanza con il meeting, svoltosi nella stessa giornata, tra il Ministro degli Interni, Angelino Alfano, e la sua omonima austriaca in merito a una possibile chiusura delle frontiere al Brennero.

L’autore ha raccontato la genesi dello scatto vincitrice del Word Press Photo e del suo spin – off, il progetto Where are you? e l’importanza della creazione di un punto di vista diverso “in funzione di antidoto all’assuefazione dello scempio” dell’emigrazione.

Where are you? è un progetto, realizzato con l’aiuto della collega Livia Corbò, a lunghissimo termine e nato con l’obiettivo di rintracciare i migranti presenti in quella barca di un’estate di due anni al fine di farne un ritratto oggi. In questo lavoro è stato ed è prezioso il supporto e il contributo dato da molti giornali a livello mondiale, dei social media e delle televisioni, grazie a cui, dei cinquecento presenti su quella barca, ne sono stati rintracciati già 40. Per facilitare la ricerca, è aperto a tutti l’invito, qualora si riconosca qualcuno presente su quel barcone, di segnalarlo a Massimo Sestini così da facilitarne il lavoro di ritrovamento e di creazione di un racconto per immagini delle storie attuali, “affrancandoli da quella disperazione che ce li ha fatti conoscere”.

Ma la foto in questione, come osserva lo stesso Sestini, di disperazione non ha molto, nel senso che “quando l’avevo immaginata, addirittura l’anno prima, avevo pensato (siccome sono fanatico del volare in elicottero e ritrarre immagini da cielo, perché è una prospettiva diversa, facile da raggiungere in caso di un fatto di cronaca improvviso) a cosa qualsiasi barca o gommone con migranti, non in condizioni estreme, avrebbe fatto laddove avesse incontrato improvvisamente un elicottero sopra la testa, magari dopo alcuni giorni di navigazione in mezzo al niente”. La conclusione fu che l’esito sarebbe stato quello di vedere persone felici e con le braccia sollevate in aria, in quella che il fotografo credeva sarebbe stata la più grande foto di gruppo della sua carriera.

Per ottenere questo tipo di foto è stato importante giocare sull’effetto sorpresa, cosa che fattivamente ha significato realizzare, fin dal primo scatto, la foto perfetta, prima che l’attenzione dei protagonisti andasse scemando.

Ma come riuscire a raggiungere questo effetto sorpresa?

Sestini ha spiegato che di solito un elicottero, come quello da cui ha scattato la sua foto, in presenza di condizioni meteo favorevoli, si alza in volo dalla nave nel momento in cui arriva una chiamata di soccorso, precedendo l’arrivo dei soccorsi via mare (che spesso si trovano a 40/50 miglia di distanza) con il fine di monitorare le condizioni del barcone segnalato, senza però la facoltà di un intervento diretto.

Ma l’effetto sorpresa, in questo caso, andava unito all’abilità del pilota; infatti, aggiunge :”la mia idea era di fare una foto zenitale, cioè perfettamente in pianta ortogonale. Zenitale significa come se fossi un pilo a piombo che cade dall’alto verso l’alto”. Quindi non una semplice foto aerea, ma fatta come se l’obiettivo della macchina fosse l’occhio di un satellite che guarda in perpendicolare dall’alto. “In questo modo mi immaginavo il mare come il passe-partout dell’immagine e la barca come nicchia, raccoglitore di tutto il dramma delle migrazioni all’interno del quale questi signori, se io gli fossi volato esattamente sopra la testa, avrebbero alzato la testa all’insù per guardare verso l’elicottero”.

Un’alchimia complicata, connessa alle condizioni meteo, alla bravura dei piloti e alle difficoltà del fotografo, agganciato esternamente all’elicottero, di comunicare via cuffia con la cabina di pilotaggio. Proprio la difficoltà di raggiungere l’equilibrio di questi fattori, l’anno precedente impedisce a Sestini di ottenere il desiderato scatto da una prospettiva perfettamente zenitale, ottenendo un’immagine in quel caso disturbata anche dalla presenza a bordo di tre colleghi – reporter francesi, imbarcati assieme ai migranti.

Non volendo rinunciare, ritenta l’anno successivo, in concomitanza con la realizzazione del calendario della Marina Militare. Anche questa volta non senza difficoltà: per dieci/undici giorni il forte vento non permette all’elicottero di volare, nonostante i molti salvataggi effettuati; quando, finalmente, al dodicesimo, a seguito di una chiamata di soccorso, i piloti si alzano in volo e, grazie alla loro abilità e ai briefing svolti, Sestini riesce finalmente a catturare la foto perfetta. Ironia della sorte, la barca ritratta è azzurra esattamente come quella dell’anno precedente.

Da questo lavoro che unisce tecnica e preserva l’impatto emotivo dell’immagine, è evidente come nulla sia stato lasciato al caso e come, dietro a questa foto, ci sia un enorme lavoro di preparazione, che testimonia un approccio di lavoro diverso da quello solito del fotografo-paparazzo.

Qui Sestini interviene per ricordare come egli stesso, da giovane fotoamatore, abbia iniziato la sua carriera quale paparazzo, rubando scatti nelle più belle spiagge del nostro paese o inseguendo le vicende dei casati reali di turno. Un bell’addestramento in cui apprende cose che il reportage tradizionale non insegna, come la capacità di arrangiarsi e di raggiungere un obiettivo (cioè l’oggetto del gossip) “che tutti fanno in modo che non sia visibile”. Il passo successivo è intraprendere la strada del reporter, che, come il suo precedente lavoro di paparazzo, gli permette di imparare ancora una volta a “non fermarsi davanti a quello che sembra impossibile perché anche nel giornalismo più approfondito, come quello d’inchiesta, le immagini che funzionano davvero bene sono quelle che nessuno può immaginare che si possano fare o quelle che vanno a toccare qualcosa di veramente indiscreto”.

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Ciò che caratterizza la fotografia di Sestini, tanto come fotoreporter quanto come paparazzo, è proprio questa costante ricerca di un punto di vista differente, qualità aggiunta e tratto distintivo del suo lavoro. Un occhio differente può rendere diversa e unica una foto che altrimenti potrebbe essere simile a tante altre. Molti sono gli scatti, soprattutto di cronaca nera, da lui realizzati che lo dimostrano. A conferma di ciò segue la visione di alcune suoi lavori che restituiscono molto bene “questo suo occhio alternativo”: la foto dell’apertura della Porta Santa in Piazza San Pietro in occasione dell’ultimo Giubileo, i funerali delle vittime del terremoto dell’Aquila, la Strage di Capaci del 1992, dove il giudice Giovanni Falcone, sua moglie e la scorta sono persero la vita per mano della mafia, l’omicidio del giudice Paolo Borsellino in Via d’Amelio, il teatro La Fenice di Venezia appena incendiato, la strage all’aeroporto di Linate, il G8 di Genova del 2001, i funerali del 2005 di Papa Giovanni Paolo II e ancora e i funerali di Filippo Raciti.

Ogni foto ha una sua storia, un suo escamotage per essere realizzata, sintomo di un lavoro che vede il fotografo muoversi sempre su un terreno borderline. Ad esempio, nella foto che ritrae le bare allineate delle vittime dell’Aquila, Sestini riesce a eludere il divieto di sorvolo imposto quel giorno, alzandosi al di sopra dell’altezza sottoposta a interdizione e similmente, in occasione del chiacchieratissimo matrimonio di Tom Cruise al castello di Bracciano, riesce ad aggirare ancora il NOTAM aereo, arrivando laddove nessuno è potuto arrivare . Ma tra tanti scatti riusciti, ammette che la foto che con più rammarico non è riuscito a scattare, è stata quella della partenza del relitto della nave Costa Concordia dall’Isola del Giglio, essendo impossibile in quel caso eludere, senza conseguenze, il divieto di sorvolo aereo imposto tra il Giglio e Genova.

Dalle parole e soprattutto dalle immagini di Sestini emerge la qualità di un fotografo e di una fotografia che sa costantemente superare i suoi stessi limiti. E oggi, nel mondo della rete, “fare qualcosa che non possa essere fatto da tutti gli altri, come detto rispondendo alle domande dal pubblico, potrebbe costituire di fatto l’unica vera arma ancora a disposizione del fotografo per difendere la proprietà intellettuale dei suoi scatti e della propria categoria professionale.