Donne in marcia per la pace

Women Wage Peace, è una nuova casa per tante donne, una nuova luce, per usare le parole di Yael, che illumina l’oscurità del conflitto israelo-palestinese. Si, perché Yael Deckelbaum è una cantautrice israelo-canadese e una fervente attivista. Sale sul palco della sala dei Notari tenendosi per mano con una giovane ventiquattrenne proveniente dal villaggio di Eilaboun, nell’Israele settentrionale, Meera Eilabouni. Anche lei è una cantante e un’attivista del movimento Women Wage Peace. Yael e Meera sono le protagoniste del panel “Donne in marcia per la pace“, presentato e condotto da Barbara Serra, di Al Jazeera English.

Il movimento Women Wage Pace nasce subito dopo l’acuirsi del conflitto tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza, nell’estate del 2014. A ottobre 2017, per la seconda volta in due anni, 50 mila donne israeliane, palestinesi, di destra, di sinistra, di centro, laiche, religiose hanno marciato insieme, tra canti, balli, preghiere per un’intera settimana, chiedendo un accordo politico per la pace e l’inclusione delle donne nei negoziati.

Serra chiede alle donne come siano diventate amiche. Le due avevano sentito parlare l’una dell’altra ma non si erano mai incontrate prima della marcia del 2016 quando, annunciate dallo speaker sul palco, si sono ritrovate a cantare insieme per la prima volta la canzone di Deckelbaum, “La preghiera delle madri“. Questa canzone è diventata un vero e proprio inno del movimento, una preghiera che cantano insieme durante le marce. L’ispirazione, racconta Yael, è venuta durante la prima manifestazione. Cerca di raccontare il dolore di una madre che vede il proprio figlio mandato in guerra. Le donne hanno un ruolo fondamentale nel dare la vita, ne comprendono il senso e il bisogno di proteggerla, per questo sono in grado di imporsi come voci autorevoli nel diffondere un messaggio di pace, fondato sull’amore: “una rivoluzione”.

Le donne, ci spiega Meera, in risposta alla domanda di Barbara Serra, possono avere un ruolo diverso rispetto agli uomini. Possono affermare il loro punto di vista. Non è vero, continua, che, se raggiungono posizioni apicali, cambiano atteggiamento, assimilandolo a quello maschile. La donna deve, dunque, ritrovare se stessa, la propria individualità. Solo così potrà essere protagonista di un mondo nuovo, compassionevole, estraneo alla violenza.

Sul palco ci sono una chitarra e un bongo. Le due si alzano e si esibiscono ne “La preghiera delle madri”. Fanno cantare tutta la sala. La condivisione, la preghiera e il senso di comunità emergono chiari nel momento in cui Yael imbraccia la chitarra e inizia a cantare.
“From the north to the south, from the west to the east, earl the prayer of the mother, bring them the peace”. Tutta la sala Notari ripete, come un mantra, questa strofa.

Poi il panel prosegue. Le due donne ci spiegano che la filosofia scevra da ideologie del gruppo non è causale: si vuole creare una comunità trasversale in grado di elaborare una pace tra Cisgiordania, lo Stato di Israele e la Palestina, e costringere i politici a sedersi al tavolo delle trattative per trovare una soluzione. Non hanno elaborato strategie diplomatiche, continua Yael. È una questione che il movimento non vuole trattare per lasciare aperte varie soluzioni. Assenza di muri, assenza di armi, persone che si fidino le une delle altre. La pace inizia da ognuno, da chiunque decida di stare meglio, pronto ad aiutare gli altri. La riflessione di fondo è che ciascuno deve trovare ogni giorno la pace dentro se stesso e portarla fuori, nel mondo: non è un compito facile, ma non per questo bisogna arrendersi.

Poi Meera, incalzata da Yael, ci racconta una sua iniziativa. Il conflitto a Gaza di recente si è infiammato di nuovo e la ragazza ha deciso di organizzare un evento, un raduno che, come la marcia, si pone l’obiettivo di unire israeliani e palestinesi. Meera ha esortato le persone a radunarsi al confine con Gaza. L’affluenza è stata così consistente che, quando ha dovuto lasciare la Palestina, un’altra donna si è presa la responsabilità di continuare la manifestazione al suo posto, oltre il limite prestabilito di tre giorni. È tutt’ora in corso. Eventi come questo, continuano le due, devono essere pubblicizzati dai media occidentali tradizionali: non è possibile che faccia notizia solo il lato tragico e distruttivo del conflitto, anche esempi positivi di pace devono trovare spazio dentro l’informazione.

Ed ecco che, come spesso è accaduto durante questo Festival, ancora una volta il giornalismo deve ripensare se stesso e il suo modo di fare informazione, dando maggiore risonanza a quegli eventi che non si colorano dei toni aggressivi della violenza.

Il panel si chiude con un’ultima esibizione live di Yael e di Meera, che intanano la canzone “Women Of The World Unite”.