“Complimenti per il coraggio, non è da tutti sentir parlare di diritto d’autore la domenica mattina!”. Così Matteo Jori, docente dell’Università di Milano, saluta la sala Priori dell’Hotel Brufani. In quest’ultima giornata del Festival Internazionale di Giornalismo, torna il ciclo di panel “Law&Order” dedicato a temi prettamente giuridici. Quello di Jori è un intervento tecnico, “Contenuti digitali: nuovi diritti d’uso, riuso e responsabilità”, che ha attirato l’attenzione di molti addetti ai lavori del mondo dell’editoria e del giornalismo ma non solo. Le prospettive in materia di copyright tornano all’ordine del giorno in maniera ciclica da più di 300 anni, cioè dall’emanazione dello Statuto di Anna, la prima legge del Regno Unito in materia.

In cosa consiste il diritto d’autore? Indica il diritto di copia, cioè la facoltà di copiare e riprodurre un contenuto altrui in modo lecito. La disciplina in materia consente agli autori il controllo del numero delle riproduzioni e, indirettamente, anche quello dei relativi processi di distribuzione e sfruttamento. Negli anni siamo passati da un diritto d’autore a una pluralità di diritti di protezione intellettuale (d.p.i.). Alla facoltà primaria di fare copie, si affiancano altri diritti come quelli d’uso, di modifica e di creare opere derivate. “Questo processo di parcellizzazione dei diritti”, precisa M. Jori, “da un lato ha visto riconoscere agli autori sempre più diritti, ma dall’altro ha ridotto le facoltà riconosciute agli utilizzatori”. Il risultato è quello di un “corto circuito”: si apre un divario tra ciò che è consentito dalla legge e ciò che l’utente non giurista ha la percezione che sia giusto o meno. Jori racconta come sarebbe difficile spiegare a suo figlio di sette anni come la sua rielaborazione di un’immagine di Super Mario trovata sul web in realtà sia illecita, in quanto opera derivata realizzata senza il consenso dell’autore. Un esempio questo che spiega al meglio la situazione di “corto circuito”.

Il processo di moltiplicazione del diritto d’autore è necessariamente influenzato dalle nuove tecnologie. Un contratto come quello di edizione che fino a vent’anni fa era molto semplice, oggi disciplina una serie di aspetti più complessi che vanno ben al di là del numero di copie. L’ingresso dei mezzi tecnologici ha cambiato anche le abitudini degli utenti nei confronti dei contenuti, operando secondo Jori una vera e propria rivoluzione al nostro approccio ai libri, alla musica o al cinema. Ciò è dovuto a un processo di dematerializzazione: “tutti i contenuti con cui eravamo tradizionalmente abituati a relazionarci, oggi sono diventati file”.

Neanche a dirlo, le conseguenze giuridiche di questo fenomeno sono innumerevoli. Anzitutto, l’esercizio del diritto di copia diventa molto più semplice. Jori evidenzia come con pochi clic si possano ottenere una riduzione dei tempi e dei costi e allo stesso tempo un aumento della qualità della copia rispetto al passato. Anche la distribuzione di un contenuto diventa molto più semplice oggi. Ad esempio, solo caricando un video su YouTube si può raggiungere una platea impensabile fino a quindici anni fa. Un’immediatezza che costituisce anche un’ovvia minaccia per gli autori. “Si crea una frattura tra tecnologia e diritto: quello che la prima consente di fare agilmente, non coincide con quello che la legge prescrive”.

Ma come vengono acquisiti i diritti d’autore? Il principio fondamentale è quello di acquisizione automatica. Nel momento in cui un fotografo fa uno scatto, nascono i diritti sulla sua opera, ancora prima che questa venga diffusa. Se esiste una certa immagine sul web per logica conseguenza esiste anche un titolare del relativo diritto d’autore. Jori ricorda il caso del selfie del babbuino, notizia che ha rimbalzato su tutti i media. L’animale si era scattato una foto usando la macchinetta del reporter e questo episodio ha scatenato una discussione giuridica sull’attribuzione del diritto d’autore. In tal senso, Jori prospetta uno scenario futuro in cui si dibatterà sui contenuti registrati da un drone.

Dopo aver analizzato le principali eccezioni al diritto d’autore poste dalla legge italiana, Jori dedica alcune considerazioni a un tema molto dibattuto: la rassegna stampa. Tali contenuti, se raccolti per uso personale, non pongono particolari problemi giuridici. Jori, però, ci tiene a sottolineare che anche un uso che sembra logico in realtà è riconosciuto da norme specifiche. Il diritto, insomma, c’è anche se non si vede. Per quanto riguarda invece la rassegna stampa con finalità di diffusione, la norma di riferimento è la convenzione di Berna. In particolare, l’art. 10 si riferisce esclusivamente alle citazioni (non ad interi articoli) e impone di menzionare la fonte. Particolare attenzione meritano alcuni strumenti offerti dal web “che ci permettono di realizzare un magazine personalizzato per i nostri interessi”. Flipboard ne è un esempio. Questo portale consente all’utente di costruire un giornale secondo le proprie richieste. Jori spiega come nel momento in cui il prodotto venga reso accessibile a terzi, nella sostanza diventi una rassegna stampa destinata alla diffusione. In un prossimo futuro, prospetta, ci si chiederà se questi “magazine personali” possano essere considerati o meno delle opere editoriali.

Siamo proprio sicuri, infine, che la foto o il tweet che postiamo siano nostri? Forse ne abbiamo già trasferito i diritti senza saperlo. Diciamo la verità, quanti di noi leggono prima di spuntare la casellina?