Informare dalle zone di conflitto

Se in ambito giornalistico, attendibilità delle fonti, deontologia, analisi del contesto e relazione tra giornalisti e rappresentanze politiche sono costanti argomenti di riflessione, quando tali questioni vengono sollevate in relazione all’informazione che proviene dalle aree di conflitto, assumono una rilevanza ancora maggiore.

Nel corso del panel discussion di giovedì 16 aprile intitolato Informare dalle zone di conflitto”, moderato da Lucy Marcus, CEO Marcus Venture Consulting, il tema è stato approfondito da Clark Bentson,  giornalista di ABC news, Aine Kerr, direttrice di Storyful, Stefan Wolff, professore presso la Facoltà di Scienze Sociali dell’Università di Birmingham e Christopher Prentice, ambasciatore britannico in Italia.

Ci sono una serie di considerazioni da fare – ha sostenuto Bentson – prima ancora di andare fino in fondo in una storia in aree di conflitto. Come mantenersi? Come trasmettere? Come procurarsi il cibo?

Poi argomenta la difficoltà nel gestire notizie basate, talvolta, unicamente sui social media, come nel caso dell’Isis. Oggi chiunque può fare una foto con un dispositivo mobile – ha aggiunto – ed è dunque necessario constatare la veridicità dei video, qualora per i giornalisti non sia possibile essere presenti sul campo.

Bentson ha così introdotto uno dei temi fondanti del panel: qual è il ruolo del giornalista nella trattazione dell’informazione e nell’interpretazione della realtà, in un momento in cui il citizen journalism sta, per certi versi, concorrendo con i media nella gestione delle notizie?

Storyful è un’agenzia che collabora con alcune delle più importanti testate mondiali e che, sulla sua piattaforma, permette la coesistenza di giornalismo professionale e giornalismo partecipativo. Fornisce, infatti, contenuti generati dagli utenti che vengono, però, puntualmente sottoposti a “un’analisi forense” da parte di esperti sul campo, che si tratti del team di ABC News o del Wall Street Journal. Aine Kerr ha spiegato qual è il codice etico e quali sono le priorità di Storyful: individuare i dati, le fonti e le location dalle quali gli utenti forniscono contenuti. Per il team di Storyful, i contenuti procurati dall’utente, che si tratti di tweet, immagini o video girati nelle strade della Siria, dell’Egitto o dello Yemen, sono contenuti di valore, che vale la pena di pubblicare, senza dimenticare che i giornalisti che lavorano per la compagnia hanno una responsabilità molto seria e, quindi, ogni informazione va verificata.

Ma in che misura Storyful può fidarsi dei giornalisti freelance o delle informazioni che provengono dalle utenze? Come si misura l’attendibilità di una fonte?

Attraverso la costruzione di una comunità che sia possibile monitorare dalla newsroom dell’agenzia – ha risposto Kerr, grazie alla tecnologia di cui questa gode, in modo da poter essere più vicini alle storie e vedere in tempo reale cosa accade nella community. È sempre possibile localizzare la fonte; i giornalisti guardano tutto, secondo per secondo, ascoltano i dialetti e gli accenti, notando tutti gli indizi, compreso il clima, che rendano sempre possibile l’individuazione dell’utente attraverso i suoi video. Quanto all’identità della fonte, soprattutto nelle aree di conflitto, se questa non vuole essere identificata, si chiede all’emittente cui si fornisce la notizia di non citare il nome dell’informatore, per poterne garantire la sicurezza.

Il tema della sicurezza è stato un altro punto cardine della discussione: ci sono informazioni che, a volte, un esperto sul campo come Wolff o un ambasciatore come Prentice non possono condividere con i media, perché, altrimenti, si correrebbe il rischio di compromettere la posizione di terze parti o metterle a rischio, nel corso, ad esempio, di negoziati molto complessi. Bisogna essere onesti e conservare l’integrità – ha detto Wolff – e questo comporta che a volte di certe tematiche non si possa parlare. Passare uno scoop a qualcuno potrebbe avere conseguenze dannose.

Secondo l’ambasciatore Prentice, “sicurezza” è una parola chiave. La sicurezza delle sue missioni è la sua priorità. Ai diplomatici viene richiesto di collaborare con i governi locali o, come nel caso della Libia, con la leadership ribelle; non è nel loro interesse alimentare il ciclo di notizie oppure occuparsi dell’ “angolo distorto e umano” di una situazione di conflitto, che è ciò che invece interessa alle emittenti. In diverse situazioni ha dovuto essere selettivo nel condividere gli esiti di incontri e negoziati, anche perché, come ha sostenuto anche Wolff, rendere pubblici gli esiti delle negoziazioni prima ancora che siano concordati dalle parti può compromettere l’intero negoziato. Dunque il coinvolgimento dei media, in situazioni di conflitto, è sempre piuttosto delicato e, come ha sostenuto Bentson, a volte è frustrante non poter condividere le informazioni con esperti quali Wolff o Prentice. Quando invece è la sicurezza dei giornalisti a essere a rischio, la condivisione di informazioni pertinenti alla sicurezza degli stessi, che spesso corrono rischi maggiori dei diplomatici, si rende necessaria – ha detto Prentice, ricordando la circostanza in cui ha dovuto gestire il rimpatrio del corpo di un fotogiornalista ucciso a Misurata.

Wolff si è poi soffermato sul concetto di integrità – etica e professionale – affermando che, per gli esperti sul campo come lui, è importante essere sempre onesti sul valore aggiunto che queste figure professionali possono fornire. Nel suo caso, il valore aggiunto è rappresentato dall’analisi del contesto, che è una conoscenza necessaria per un giornalista e che può aiutarlo nel raccontare meglio una storia. Certo, il reclutamento di esperti da portare in televisione da parte dei media è sempre pressante e – ha scherzato Wolff – vedersi nella telecamera è una cosa che piace e piace alle istituzioni presso cui si lavora, è una cosa a cui è difficile resistere. Eppure, occorre essere onesti e, laddove non si abbiano informazioni sufficienti, dichiarare che si stanno facendo speculazioni sulla base delle proprie conoscenze.

Si è parlato anche di relazioni e di fiducia e di come la fiducia tra le parti in causa si costruisca tramite le relazioni. I diplomatici hanno a che fare con i governi e i governi guardano al giornalismo televisivo, che è il media più influente, come al grande moltiplicatore e il dubbio sulla possibilità di fidarsi nell’elargizione di informazioni coinvolge tanto i rappresentati delle istituzioni pubbliche quanto i giornalisti.

Certamente il giornalismo e il ruolo del giornalista stanno cambiando, maggior spazio è lasciato ai social e al citizen journalism nell’informare i lettori, eppure si continua ancora a parlare di integrità professionale, di verifica accurata delle fonti e di relazioni basate sulla fiducia: principi che sembrano ancora funzionare, in qualunque contesto.