Investigare le mafie italiane nel Mondo

“Investigating the italian mafia” ha aperto l’agenda della seconda giornata del Festival Internazionale del Giornalismo in Sala Dottorato, panel in cui quattro giornalisti di inchiesta molto giovani e quasi tutti freelance hanno raccontato le storie e le indagini sulle grandi mafie italiane, che operano nel nostro paese e nel mondo.

Moderatrice dell’incontro Cecilia Anesi, co founder dell’IRPI, Investigative Reporting Project Italy, un collettivo di giornalisti freelance nato nel 2013, che si occupa di produzione e di promozione di giornalismo d’inchiesta. L’ Anesi ha aperto l’incontro illustrando le regole principali del lavoro del giornalismo d’inchiesta condivise dai rappresentanti del collettivo: “La prima regola per noi è il lavoro di squadra. Il giornalismo non è un’avventura di successo di una sola persona”, ci tiene a precisare la giornalista, ribadendo come la grande potenza e spesso la discriminante rispetto alla riuscita di un’indagine investigativa di questo tipo sia nella capacità di creare reti e squadre transnazionali. Questo metodo permetterebbe di sfruttare “più teste e specializzazioni, più idee e discussioni. E, non per ultimo, aiuta il meccanismo di protezione”. Il secondo aspetto differenziante della professione, strettamente legato al primo, è il “glocal”, la capacità di riuscire a fare rete tra giornalisti locali per inchieste di respiro internazionale.

Infatti le storie che raccontano i cinque giornalisti al tavolo sono l’esempio di inchieste portate avanti con il lavoro di squadra e tra professionisti di paesi e contesti diversi.

Introduce la prima storia, quella di “Mafia in Africa 2″, Lorenzo Bagnoli, giornalista freelance, che ha spiegato come l’inchiesta sia nata, come spesso accade, da un’intuizione investigativa (nel 2015): in Africa le mafie utilizzano degli intermediari che spesso lavorano anche per importanti compagnie private e organizzazioni internazionali. Il collegamento tra certi settori della grande industria italiana e la mafia all’estero è un fenomeno che il giornalismo d’inchiesta in Italia ancora fatica a riconoscere al contrario di altri contesti europei, in cui il fenomeno è già oggetto da anni di indagini approfondite. A tal proposito il giornalista ha citato il documentario della francese Arte F, Mafia Republique,  che racconta, tra le tante storie di mafia corsa, come negli anni ’70 la malavita organizzata francese abbia usato la Elf per penetrare nel business dell’Africa Occidentale.

L’inchiesta Mafia in Africa si divide in due grandi indagini: la prima, nella cornice del Senegal, ha come protagonista un personaggio italiano di nome Curio Pintus, già condannato alla fine degli anni ’90 per riciclaggio, che fonda una holding finanziaria con sede a Las Vegas nel 2012 per occuparsi di appalti per progetti di cooperazione internazionale. “In questa inchiesta  – spiega Bagnoli –  abbiamo avuto molte difficoltà a trovare una smoking gun”. La soluzione è arrivata grazie a una fonte che aveva lasciato la Pintus Group: grazie alla sua testimonianza sono venute alla luce le prove dell’attività illecita. La seconda inchiesta indaga sull’attività di Ama, in Senegal, fino al 2006, sapendo che alcuni vertici erano coinvolti in Mafia Capitale. Questi sono solo due esempi che hanno inaugurato quel filone che si occupa di investigare di come la mafia si sia impadronita dell’Africa e su cui i giornalisti del panel stanno ancora lavorando.

Con Lorenzo Bagnoli, in “Mafia in Africa 2”, ha collaborato anche Craig Shaw, giornalista freelance, nell’Irpi dal 2013. Shaw ha preso la parola raccontando la vicenda che, nel filone d’indagine, lo ha portato ad indagare sull’ambasciatore speciale per la Commissione permanente dell’Onu per conto della Repubblica di Sao Tomè, Angelo Antonio Toriello, scoprendo la sua connessione con Pintus su un progetto internazionale per la cura dell’ebola. “Ho incontrato l’ambasciatore nel Regno Unito – racconta il giornalista – il contratto siglato con Pintus non aveva nessun documento e nessun appalto. L’affare era andato a monte. Tutte le persone coinvolte nella vicenda erano dei personaggi piuttosto strani. L’ambasciatore non aveva un dottorato, era laureato in Irlanda, il suo assistente è stato arrestato poco tempo fa per detenzione di marijuana”.

Un’altra grande inchiesta porta Craig Shaw a collaborare in squadra con il quarto panelist, Matteo Civillini. Si tratta di un’indagine sul gioco d’azzardo online nel Regno Unito: in un blitz del 2009 erano stati confiscati 100 milioni di euro in beni pubblici alla Sacra Corona Unita. I giornalisti partono da questo per indagare sulle società coinvolte, a cui erano stati già confiscati altri beni per riciclaggio e infiltrazione mafiosa. “Il gioco d’azzardo – spiega Civillini – mostra come le mafie sanno attraversare i confini per sfruttare al meglio il sistema globalizzato, ma non dimenticano le connessioni interne”. Infatti tutti i siti di gioco d’azzardo oggetti dell’indagine hanno la propria base all’estero (come in Romania, o in Montenegro, dove c’è bassa tassazione e poca trasparenza), ma sfruttano la legislazione europea creando reti di filiali in Italia. Un esempio è il caso di Bet Unique, società di siti creati a Malta e commercializzati in Calabria, sfruttando la rete mafiosa locale. “Per investigare su questo argomento bisogna essere in grado di partire a livello locale e, da lì, andare a ricostruirne tutta la filiera, il rapporto di relazioni tra avvocati, commercialisti e tecnici informatici che permettono a questi siti di funzionare e di operare all’estero” –  ha concluso il giornalista.

È Claudio Cordova, fondatore ed editor de Il Dispaccio, a chiudere il panel portandoci la sua testimonianza di giornalista investigativo calabrese: “Come dissi qui già un anno fa, Reggio Calabria per chi si occupa di inchieste mafiose è un vero inferno”. Ma qualcosa in questi mesi sembra essere cambiato, infatti “nel giro di un anno l’inferno che abbiamo provato a raccontare con grandi difficoltà si è mostrato anche sotto il profilo giudiziario: alcune operazioni hanno colpito il livello più alto della ‘Ndrangheta, quello più inglobato nella massoneria”.

Cordova ha raccontato di un lavoro investigativo in una Reggio definibile, a tutti gli effetti, un  “laboratorio criminale”. Lì infatti già dagli anni ’70 accadono alcune tra le storie più torbide della storia italiana che connettono la criminalità organizzata alla massoneria (il giornalista cita, tra le tante, il Golpe Borghese sventato dall’esercito nel ’69 e i moti di Reggio). Investigare la “MassoNdrangheta” significa andare ad incidere sull’attualità, tirando comunque le fila di una cinquantina d’anni di rapporti tra mafia e potere. Le indagini testimoniano come intere stagioni ventennali di storia calabrese siano state influenzate da una cupola massonica (capeggiata da due avvocati Paolo Romeo e Giorgio De Stefano, oggi in carcere) unita alla P2, capace di entrare in ogni settore: sociale, industriale, professionale. Ma quella della ‘Ndrangheta da tempo ha abbandonato i connotati di una “storia di quartiere” tra bande armate: la ‘Ndrangheta è in tutti i continenti ed egemone in molti settori, grazie alle relazioni intessute nel corso degli anni che le hanno permesso di avere contatti in “stanze del potere” altrimenti inaccessibili. Il lavoro del giornalista, in questo contesto, si basa soprattutto sull’accesso e sullo studio delle carte, con lo scopo di ricostruire queste relazioni e intrecci. Usando strumenti di analisi e di investigazione, riuscendo a vedere oltre e a incuriosirsi partendo anche da piccoli fatti locali, come piccole beghe politiche, che possono nascondere intrighi e trame fitte di potere.

L’ultima riflessione di Cordova si è soffermata sui pericoli della professione: “Lavorare a Reggio Calabria ha un margine di pericolo, ma bisogna rifuggire i fanatismi”. Il giornalista fa notare come il vero pericolo per chi sceglie si diventare “scomodo” ai giochi di potere malavitosi sia quello dell’isolamento e della delegittimazione. “Sono finiti i tempi dell’intimidazione “muscolare”, che creerebbe delle vittime, ma anche degli eroi per l’opinione pubblica”. La vera arma della mafia contro il lavoro del giornalismo investigativo è la delegittimazione, spesso perpetrata per vie “ufficiali” e legali.

“A questo tavolo ci sono tre indagati”, ha concluso sorridendo Cecilia Anesi. Una prova amara che il lavoro di questi giovani giornalisti, e in generale del lavoro di squadra dell’Irpi, stia colpendo nel segno?