Nella Sala della Vaccara il sociologo Luigi Manconi ha tenuto una lezione sui significati e le implicazioni di una frase che sentiamo molto spesso, nel pubblico e nel privato: “Non sono razzista, ma…”, che è anche il titolo dell’ultimo libro dell’ex senatore.

Una frase da analizzare attentamente

C’è da dire che il libro è stato a malapena nominato. Il professor Manconi ha preferito concentrarsi su una attenta analisi della frase. La prima cosa da ricordarsi è che non stiamo trattando niente di nuovo – “nel 1990 questa formula venne analizzata dettagliamente da Laura Balbo, una sociologa molto fine che è stata la mia maestra […] questo per dire che come tanti altri fenomeni legati a ciò di cui oggi parliamo, ciò che appare una dirompente novità spesso non lo è” -, almeno sotto certi aspetti. A cambiare sono i significati intriseci, risultanti del contesto storico-sociale. Spesso è “l’emergere di tensioni e tendenze, di processi e percorsi che hanno una loro storia”.

Partiamo quindi dall’inizio della frase, “Non sono razzista”:”Forse conoscete un motto molto suggestivo, una citazione colta che dice questo: ‘l’ipocrisia è l’omaggio che il vizio rende alla virtù’. Cioè l’ipocrisia contiene al suo interno il riconoscimento di una virtù rispetto alla quale si dissimula. Per tanto, quel dire ‘non sono razzista’ significa molte cose. Primo, che tutt’ora nelle società democratiche e negli stati di diritto, il razzismo costituisce ancora la definizione maggiormente riprovevole sotto il profilo morale, conserva ancora una sua tonalità di disgusto. […] Il razzismo rappresenta un elemento che serve a distinguere, introduce un forte elemento di imputazione nei confronti di chi si dichiari o si comporti da razzista. Attenzione: la persistenza di questa riprovazione morale tende ad indebolirsi […] attraverso tutta una serie di sotto categorie, di interpretazione fallaci, di astuzie lessicali”  che introducono un elemento giustificatorio. Questo “Non sono razzista” è anche una sorta di riconoscimento, una consapevolezza di essere in torto. O, comunque, di scontrarsi contro dei valori largamente condivisi. Non sono razzista “contiene ancora un altro importante significato, quello di voler affermare come si riconosca il valore universale e assoluto di alcuni principi: quelli che il razzismo nega.” È anche un retaggio storico, causato dalla “persistenza dovuta, per esempio, alla residuale influenza che hanno avuto le grandi culture nazionali. Quella cattolica, quella socialista,quella appartenente al movimento operaio nel suo complesso che interdicevano il razzismo […] il razzismo non si portava in società perché subiva un veto politico, un interdizione morale”.

Questo veto è andato scemando nel corso dell’ultimo ventennio politico, dove si è affermata un’opera di legittimazione del fascismo anche nel discorso pubblico-istituzionale. Manconi prenderà come esempio massimo il giorno in cui il Senato salvò Calderoli dall’accusa di istigazione all’odio razziale dopo aver definito l’ex ministro Kyenge “un orangutan”.

Un secondo significato

Secondo Manconi, c’è un secondo significato che si è affermato nel corso degli ultimi 15-20 anni, e che viene cavalcato molto spesso dagli “imprenditori politici dell’intolleranza” per cavalcare il senso di esasperazione dei nativi italiani: “Noi pensiamo cioè che in quella frase ci sia anche una richiesta di aiuto. Una sorta di urlo di soccorso. Abbiamo interpretato su base di indagini che abbiamo compiuto che quel ‘Non sono razzista’, affermato con intensità emotiva, rivendica un passato non razzista, la condivisione di valori fino ad un certo punto, un determinato passaggio storico o condizione ‘aiutateci a non diventare razzisti’ “.

Inoltre, è più facile prendersela con lo sconosciuto, perchè è fisicamente più vicino. La questione non è di poco conto. La rabbia che le persone accumulano molto spesso è rivolta verso l’alto, ma “voi pensate possibile che quegli strati possano indirizzare la loro invettiva, la loro mobilitazione, la loro collera contro, che ne so, JP Morgan? Il Fondo Monetario Internazionale? Wall Street? Sono entità non solo astratte ma anche lontanissime e soprattutto intangibili. Non raggiungibili, non toccabili. Come sempre accaduto nella storia si cerca, si trova e si assume come bersaglio il nemico più prossimo, il nemico tangibile, perché è li a portata di mano, può esser appunto toccato, con tutto ciò che ne consegue”. Insomma, il classico capro espiatorio.

Xenofobia e Razzismo non sono sinonimi

Questo è un punto particolarmente delicato per Manconi, perchè nel dibattito pubblico italiano – media inclusi – si tende ad utilizzare i termini Xenofobia e Razzismo come se fossero equivalenti ed intercambiabili. “Xenofobia è una parola esatta, perfetta, una parola scientificamente capace di aiutarci ad analizzare e capire. Perché xenofobia significa paura dello sconosciuto, direi sì dello straniero ma soprattutto dell’ignoto. Significa questo. In Italia la xenofobia oggi è molto diffusa, si va diffondendo ma – come anticipavo prima – non è destinata né fatalmente né rapidamente a trasformarsi in Razzismo. La xenofobia è esattamente la manifestazione di un atteggiamento profondamente interno all’esperienza umana […] È uno stato di smarrimento, che facilmente diventa sospetto verso l’estraneo e diffidenza. “. Può quindi sfociare nel razzismo, ma non obbligatoriamente. Il tutto dipenderà dall’esperienza e dal contesto della persona.