Uno scrosciante applauso ha accolto l’entrata in scena di Roberta Petrelluzzi, storica presentatrice di Un giorno in pretura, al panel dedicato al programma da lei scritto e condotto.

Antonio Sofi, giornalista ed autore televisivo che moderava l’incontro, ha incominciato mostrando alla sala due immagini tratte dalle pagine Instagram di Fedez e Chiara Ferragni, in cui si vede il cantante  guarda una puntata del famoso programma di cronaca giudiziaria insieme al figlio nato da poco, volte ad esplicitare immediatamente la “contemporaneità” della trasmissione, pur avendo questa una storia trentennale. E proprio l’inizio di questa pluridecennale storia viene fatto vedere, con la prima puntata in assoluto del programma.

La presentatrice ha raccontato come ogni processo nelle (ormai abolite) preture fosse una sorta di piccolo telefilm interessante per chiunque, perché qualunque persona sarebbe potuta essere, in astratto, coinvolta in processi del genere. Non c’era recitazione e “chi mentiva, lo faceva per essere assolto, non perché spinto a farlo da qualcuno”. L’unico a cui era (ed è) consentito recitare e mentire, ha proseguito la conduttrice, è quindi l’imputato. In questo lei ravvisa una differenza tra il modello italiano e quello americano; infatti in quest’ultimo l’accusato ha solo il diritto di rimanere in silenzio, non di dire falsità, mentre in Italia si può mentire e in ciò, secondo lei, si ritrovano legami con le radici della cultura cattolica.

E’ stata poi introdotta un’ interessante analisi sulle abitudini televisive italiane e come queste abbiano influito su alcuni aspetti dell’ideazione del programma. In particolare, con l’introduzione del telecomando – assente quando la trasmissione vide i suoi natali – il pubblico sarebbe stato disabituato a seguire lunghi e complessi programmi. Questo ha portato gli ideatori a scegliere di dover sceneggiare in minima parte le puntate di Un giorno in pretura, senza però alterare la storia ma rendendola semplicemente più fruibile, con maggior coerenza e senso logico.

Proseguendo a parlare del programma, Sofi ha voluto poi citare uno dei processi più importanti degli ultimi vent’anni è stato sicuramente quello di Tangentopoli, seguito dalla trasmissione della Petrelluzzi. In questa vicenda giudiziaria la giornalista ha evidenziato la peculiarità dell’aver riconosciuto ai pubblici ministeri il ruolo di “giustizieri”, che credono di essere sempre dalla parte della ragione. Secondo lei, i pm sarebbero usciti dal ruolo loro assegnato, perdendo di vista l’obiettivo finale, diventato erroneamente protagonisti delle vicende in cui svolgono il ruolo di pubblica accusa. Anche se non ha influito in maniera diretta nell’alimentare questo protagonismo, il programma ne ha beneficiato, così come ha ammesso anche la conduttrice, avendogli dedicato circa venti puntate, arrivando ad avere uno share stellare. Una difficoltà che Petrelluzzi ha riscontrato durante gli anni però è il trattare in trasmissione dei maxi processi, argomenti che infatti preferisce non affrontare. Le ragioni non sono di natura politica bensì di tipo organizzativo e narrativo: è estremamente difficile narrare la storia di ogni imputato se trenta diversi soggetti sono coinvolti nel medesimo processo, ed è concreto il rischio di confondere, agli occhi del pubblico, le responsabilità di ciascuno. Petrelluzzi preferisce quindi raccontare casi che coinvolgono singole persone e le loro storie, perché le consente di capire il motivo che ha spinto una persona a compiere un’azione, raccontadone anche l’umanità.

In merito a come venga effettuata la scelta dei processi da seguire, su spunto di Sofi, Petrelluzzi ha risposto  che – in prima battuta – gli autori fanno riferimento ai casi di cronaca nera più noti e questo le ha dato l’occasione per affermare che, in Italia, i giornalisti seguono le questioni di sangue nella fase delle indagini e prima delle udienze, per poi interessarsi in maniera minore della fase dibattimentale. Sono molti i danni che un atteggiamento del genere può causare, portando di nuovo a quel protagonismo della magistratura inquirente di cui si parlava anche prima. Petrelluzzi ha citato l’esempio del caso Scazzi, in cui il pubblico ministero, a suo dire, s’è così tanto innamorato della sua linea accusatoria da aver impiantato un caso contro due donne (Sabrina Misseri e Cosima Serrano) che lei ritiene invece innocenti. Nel costruire la sua narrativa di magistrato di provincia contro il grande avvocato (la Misseri era infatti difesa dal famosissimo avvocato Franco Coppi), il pm è stato aiutato dai giornalisti, i quali hanno così – come sostenuto da Petrelluzzi – “fatto un macello”, che ha portato addirittura alla condanna all’ergastolo delle due donne. Questo avviene, a suo avviso, perché l’informazione travalica il suo ruolo di imparziale narratrice di quanto avviene nelle aule giudiziarie.