Foto: Ilario D'Amato

Foto: Ilario D’Amato

«La dizione può incidere sull’efficacia comunicativa, soprattutto per i giornalisti». Patrick Facciolo, speaker di Radio Italia e ideatore del sito parlarealmicrofono.it, ha fornito alla platea del Festival del giornalismo di Perugia nel workshop Dizione e comunicazione espressiva per i giornalisti un prontuario da utilizzare durante la registrazione di servizi.

«La dizione è un codice di riconoscimento tra gli addetti ai lavori della comunicazione – ha spiegato – non ci sono ragioni oggettive per impararla ma solo di opportunità. Imparare la dizione stravolge a molte persone il modo di parlare acquisito nel corso degli anni. È bene chiarire che non è una scienza perfetta, spesso ci sono parole che fanno eccezione rispetto alle regole generali. Tutti sbagliano, anche i più esperti. Basta non essere degli integralisti».

Patrick Facciolo ha spiegato che esistono sette vocali nel parlato, aperte e chiuse. «La parola prèsto ha la è aperta, il perché invece ha la é chiusa. Luògo ha una ò aperta mentre prónto ha la ó chiusa». Ecco alcune regole di massima spiegate a partire dai nomi di alcuni noti giornalisti.

Pièro Badalóni: le parole che contengono il dittongo ie tendono a volere la è aperta come dièci e ièri. Una eccezione è la parola ateniése perché il suffisso –iese prevale sul dittongo. La terminazione –oni vuole invece la vocale chiusa come in pantalóni.

Giuliétto Chièsa: i diminutivi in –etto e –etta sono sempre chiusi. Chièsa ovviamente è aperto per il dittongo ie.

Milèna Gabanèlli: le terminazioni in –eno o –ena come trèno, bène e cantilèna sono aperte. Fa eccezione la parola altaléna che vuole la é chiusa.

Davìd Parènzo: le terminazioni –enzo e –enza spesso vogliono la vocale aperta come in sènza e urgènza. In linea di massima anche –enso e –ensa come in dispènsa e sènso. Anche i gruppi consonantici nz, ns, nt e nd spesso vogliono la vocale aperta (dissènso, sènza, essènza), gli ultimi due in particolare prendono la vocale aperta sempre nei participi e gerundi come essèndo e facènte. Una eccezione sono gli avverbi in –mente come chiaraménte che vogliono la é chiusa.

«La regola aurea della dizione – ha proseguito Facciolo – è che su ogni parola può cadere un solo accento. Su quell’unica vocale potrà cadere l’accento aperto o chiuso. Le restanti vocali invece saranno tutte chiuse».

Alcuni nomi di località con la dizione corretta: Bológna, Cesèna, Trènto, Impèria, Bréscia, Còmo, Gènova, Lécce, Slovènia, Cernòbyl, Ucraìna (e in seconda dizione Ucràina), Afganistàn, Pakistàn, Bagdàd, Fukùshima. «Le pronunce delle località straniere – ha spiegato l’esperto – si prendono dalla lingua locale. Un ottimo sito internet per ricevere indicazioni sulla pronuncia corretta è il social network forvo.com. Per l’italiano, invece, esiste il dizionario d’ortografia e pronunzia disponibile anche online all’indirizzo www.dizionario.rai.it».

«Ci sono altri quattro aspetti da tenere presenti – ha concluso Facciolo – il primo è il tono della voce, non dimentichiamoci che si tratta di uno strumento musicale che occupa delle note e segue una melodia. Il secondo è la cantilena. Se lo spartito delle note della voce è variegato, avremo meno cantilene. Il terzo è il birignao che consiste nell’allungamento delle vocali finali della parola. Se vi succede, cercate di capire se fare un buon uso delle pause. Proprio la pausa è il quarto aspetto da tenere in conto. Regolate la velocità del parlato e soprattutto abituatevi ad ascoltare la vostra voce. Registratela con un microfono a condensatore e valutate i difetti da correggere».

Davide Casati
@davidetweet